Chi bazzica da queste parti, non avrà certo bisogno di lezioncine di storia. Trattasi di un blog volutamente "di nicchia", nato prevalentemente per celebrare il passato, con "puntate" sul presente molto mirate e circostanziate. Lascio volentieri a magazine e webzine il compito di scalpitare sulle novità per accaparrarsi anteprime di recensioni su questo o quel disco. Nell'anno appena passato (2025), si contano qualcosa come circa 5.000 uscite in solo ambito hard'n'heavy e, se la matematica non è un opinione, fanno la bellezza di 14 dischi AL GIORNO! Normale che, uscissero anche un paio di "Operation Mindcrime" o un "Reign In Blood", il loro impatto verrebbe diluito in un "mare infinitum" dove diviene difficile persino orientare la prua. Meglio assaporarsi, almeno per i miei gusti, qualche disco "old", senza magari coinvolgere i soliti e risaputi capolavori. Qualche album rimasto gioco forza sottotraccia, che tu stesso hai acquistato all'epoca ma che, dopo qualche ascolto d'obbligo per giustificarne l'esborso, hai riposto nello scaffale. Te lo ritrovi lì, dieci anni dopo, che ti sussurra "ridammi una chance", please. Se la band in questione si chiama Q5, quella di "Steel The Light" per capirsi, non è che personalmente mi debba far pregare più di tanto. Siamo nel 2016, ed è già passata una decade da questo "New World Order", a tutti gli effetti il terzo album del gruppo in oltre 40 anni. Restano 3/5 di formazione, nelle persone di Johnathan Scott K (voce), Rick Pierce (chitarra) ed Evan Shelley (basso), completati per l'occasione dalla seconda sei corde di Dennis Turner e dalla batteria di Jeffrey McCormack. Manca ovviamente il leggendario Floyd Rose, colui che inventò il famoso "Ponte Tremolo", appendice tecnica che fece la fortuna di tutti i più grandi geni HM dello strumento: a partire da Eddie Van Halen fino a George Lynch, da Richie Sambora a Randy Rhoads. Solo per citare i primi quattro nomi che mi balenano per la mente. Quando uscì il secondo "When The Mirror Cracks", nonostante fosse celebrato dalla critica, per me fu una grande delusione. La furia ragionata di "Steel The Light" (1986) veniva infatti annacquata in una collezione di pezzi scritti appositamente per "festeggiare" l'approdo ad una major. Risultato? Appagante più per i manager che per i fans, onestamente. Il fallimento al botteghino sancisce lo stop dei Q5 fino al 2016. Nel frattempo, i più attenti alle loro vicende si ricorderanno dei Nightshade, il cui "Dead Of Night" (1991) divenne a suo tempo un bastione di resistenza contro l'avanzare del grunge, recuperando parte della ferocia di "Steel The Light". Ci vuole la "nostra" cara Frontiers Records per rimettere in circolazione la band, a distanza di 30 anni esatti dal succitato "When The Mirror Cracks". Una sorpresa a dir poco piacevole, non solo per l'evento in sé, ma anche per una qualità compositiva media decisamente superiore a quanto ci si potrebbe attendere. Specialmente da artisti fermi ai box da così tanto tempo! Invocare un nuovo "Steel The Light" rimane ovviamente un utopico sogno, però Johnathan Scott e soci dimostrano di non aver perso la loro riottosa attitudine, come attestano le varie "The Right Way" (AC/DC oriented), la possente opener "We Came To Rock", oppure la drammatica title-track. Se "Just One Kiss" ribatte alle atmosfere maggiormente edulcorate di "When The Mirror Cracks", ci sono "One Night In Hellas" e "Tear Up The Night" a rialzare la barra dell'elettricità senza freni. I pezzi presentati risultano ben 14, ed ovviamente qualche caduta di tono è da mettere in conto: mai sfociante nell'insufficienza, però. Un recupero è caldamente consigliato.
ALESSANDRO ARIATTI


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