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HOUSE OF LORDS "SAHARA" (1990)



Come molti sanno, gli House Of Lords non sono altro che la prosecuzione artistica ideale dei Giuffria, che a loro volta erano l’eredità applicata agli anni ’80 dei cult-heroes Angel, pomp rock band di cui il tastierista Gregg Giuffria costituiva appunto uno degli elementi portanti. Certo, la genuinità e (perché no) la sana ingenuità degli autori di album maestosi come “Helluva Band” (per citare il loro esemplare più progressivo) o “Sinful” (quello più pop oriented) risultava quasi totalmente assente nei due lavori targati Giuffria, ovvero l’omonimo esordio ed il secondo “Silk + Steel”. La fantasia, a volte un po’ kitsch degli anni ‘70, veniva infatti “bypassata” da una produzione lussuosa e lussuriosa al tempo stesso, tra autentiche overdose di sintetizzatori, parti vocali graffianti, e basi ritmiche allestite secondo i dettami estetici del periodo. Certo, rimaneva intatta la predisposizione alle hooklines d’impatto, e ci mancherebbe altro, però la “confezione” del prodotto risultava sicuramente differente. Dopo le vendite piuttosto deludenti del comunque eccellente “Silk + Steel”, Gene Simmons dei Kiss propone all’amico (fin dai tempi degli Angel) Gregg un nuovo “banner” sotto cui promulgare la propria “legge” musicale. Una sorta di “make up” benedetto dal Re dei travestimenti, ovvero il “vampiro” più famoso della storia del rock. L’esordio “House Of Lords”, uscito sotto l’egida della Simmons Records, riscuote consensi unanimi dalla critica, tuttavia il responso del pubblico appare piuttosto tiepido. Grande, grandissimo album, non ci piove, eppure i gusti del pubblico americano virano verso sonorità meno regali e più sanguigne, in cui le tastiere vengono relegate a strumento “coreografico”, non certo basilare. Con “Sahara” si cambia dunque registro, complice anche il successo clamoroso riscosso dai Whitesnake di “1987” e “Slip Of The Tongue”: lo sappiamo tutti, quest’ultimo lavoro di “Coverdale And The Boys” non raggiunge assolutamente le vette commerciali del suo predecessore, ma si parla sempre di qualche milionata di esemplari sparsi per il pianeta. Dati di vendita alla mano, meglio imboccare la strada dell’hard rock più nerboruto, soprattutto se nel gruppo ti ritrovi un cantante duttile come James Christian, ed una sezione ritmica che picchia come un fabbro, vedi appunto il duo composto dal drummer Ken Mary e dal bassista Chuck Wright. E’ così che Gregg, da sublime solista, diventa gregario di lusso, il tutto per il “bene della squadra”, come si suol dire in ambito calcistico. L’album parte con una “Shoot” che avrebbe assolutamente ben figurato quale possibile brano di punta nel suddetto “Slip Of The Tongue”: persino l’intermezzo “kashmiresco” mostra notevoli segnali di somiglianza nei riguardi della title-track firmata Whitesnake. Difficile credere ad un caso, vista la successione temporale quasi sincronizzata dei due lavori. Come si diceva poc’anzi, le keyboards di Giuffria infarciscono il sound di “Sahara”, donando alle canzoni profondità, dinamica e colore, senza però diventare mai ridondanti, come accaduto nel passato, prossimo o remoto che sia. “Chains Of Love” ne è la dimostrazione lampante, con quel “bastardo” riff di chitarra iniziale del nuovo entrato Michael Guy (ex Shark Island), subentrato nell’occasione al più raffinato Lenny Cordola. Persino la cover del classico “Can’t Find My Way Home” (Blind Faith) viene risolta con un cocktail di arrangiamenti rigorosamente calati nel contesto storico, figuriamoci il resto. Come la pressante “Heart On The Line”, la maestosa “Laydown Staydown”, la stessa “Sahara” che, ad un inizio dominato dai synth di Giuffria, fa seguire un andamento marziale, magistralmente condotto dalle ipnotiche vocals di James Christian. “It Ain’t Love” parla ancora la lingua Whitesnake, nel segno di una drammatica “grandeur” hair metal perfettamente focalizzata su linee melodiche stentoree e non esageratamente edulcorate, “Remember My Name” suona come la semi-ballad che tutti i gruppi dell’epoca dediti al genere avrebbero sognato. Un tripudio di fragoroso hard rock sempre “premuroso” nei riguardi della melodia, come viene confermato dalla sinuosa “American Babylon”, e dalla conclusiva “Kiss Of Fire”, che vede planare la band in territorio Van Halen/Van Hagar che dir si voglia. A “Sahara” seguirà un altro gioiello come “Demons Down” (1992), che sancirà tuttavia un momentaneo de profundis, prima della resurrezione (senza Gregg Giuffria, nel frattempo diventato businessman in quel di Las Vegas) celebrata otto anni dopo. Un’avventura che non si è più fermata e che continua tuttora, nel segno di album quasi sempre competitivi, tuttavia la storia di “questi” House Of Lords sfocia nella leggenda, e come tale merita di essere raccontata.


ALESSANDRO ARIATTI







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