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MORGANA LEFAY "MALEFICIUM" (1996)



Negli anni '90 la rinascita del metal classico oppure l'affermazione del nuovo power, scegliete voi la definizione più gradita, non deve essere accreditata solamente ai grandi nomi. A Blind GuardianGamma RayStratovariusHelloween 2.0Grave Digger: e sicuramente la lista potrebbe continuare.

Ci sono gruppi che non ce l'hanno fatta a resistere alla "prova del tempo", ma non per questo devono essere considerati dei comprimari. Soprattutto per merito di una manciata di album di qualità che ben poco hanno da invidiare alle opere più celebrate dei campioni riconosciuti del genere.

Una di queste band sono certamente gli svedesi Morgana Lefay, che dal 1990 al 1996 centrano un disco eccellente dopo l'altro, con una proposta peraltro originale rispetto alla concorrenza. Se è vero che il mood imperante per raggiungere il top è quello della melodia "happy" unita ad una sezione ritmica speed, i cinque musicisti nordici optano per un approccio quasi agli antipodi. Pur rispettando, beninteso, tutti i "paletti" per rientrare nell'ambita cerchia dell'hard'n'heavy più tradizionale. Il sound del gruppo capitanato dal vocalist Charles Rytkonen si evolve piano piano, passando dalla ortotossia di "Knowing Just As I" e "The Secret Doctrine", alla propulsione più moderna di "Sanctified", in cui la cifra del groovy thrash si innalza prepotentemente. "Maleficium" non resiste alla tentazione del concept album, e narra una cupa storiaccia medievale, in cui un giudice della Santa Inquisizione viene torturato e condannato dai suoi stessi compagni di magistero.
Da qui, la classica maledizione da attuarsi post mortem, con annessa giustizia karmica.

Ci sono tutti gli ingredienti per la tipica sceneggiatura alla King Diamond post Mercyful Fate, tuttavia i Morgana Lefay non snaturano la propria indole sull'altare dei testi. "Maleficium", infatti, si pone stilisticamente a metà tra la tradizionalista vena di "The Secret Doctrine" ed il palinsesto più modernista di "Sanctified", risultandone un potente crossover. Il power/thrash del quintetto si tinge pertanto anche di plumbei presagi doom, rallentando a volte le frenetiche ritmiche senza sacrificare un'oncia di enfasi heavy metal. L'ago della bilancia è indubbiamente il già menzionato Charles Rytkonen, una voce dalla timbrica molto particolare, nella quale il tasso di "sofferenza" potrebbe in qualche modo ricordare il pathos del "Dio CannibaleJon Oliva, colui che regna incontrastato tra le "montagne della follia".

La narrazione in prima persona, da parte dell'Inquisitore messo al rogo, rappresenta infatti un notevole appiglio per la straziante rappresentazione inscenata dal cantante svedese, che sputa tutta il proprio veleno nella bellissima "Victim Of The Inquisition" ("so who's satanical?", declama il protagonista in faccia ai suoi aguzzini). Stesso discorso per episodi più dolci e struggenti tipo "A Final Farewell", il commiato da un mondo ingiusto e persecutorio, prima che la title-track "Maleficium" sprigioni tutta la sua carica vendicativa nei confronti dei colpevoli. Quel sound consapevolmente in bilico tra Savatage e Metal Church, rispettivamente annate 1987 ("Hall Of The Mountain King") e 1986 ("The Dark"), mixato ad un opportuno aggiornamento in fase di produzione, genera "mostri di malvagità" come la cadenzata "The Devil In Me" oppure le violente "Madness" e "Master Of The Masquerade".

Il disco supera tranquillamente l'ora di durata, ma non si pensi a riempitivi per giustificare "l'era del cd" come accade a molti episodi dell'epoca. Nessun momento di stanca, nessun calo di tensione musicale e narrativa. "Maleficium" è considerato da molti il punto più alto mai raggiunto dai Morgana Lefay, opinione che mi sento di condividere senza troppi ripensamenti postumi.


ALESSANDRO ARIATTI



 

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