Passa ai contenuti principali

THE FREEWHEELERS "WAITIN' FOR GEORGE" (1996)



Se qualcosa di buono hanno portato gli anni '90, almeno rispetto alle meraviglie della decade precedente, è sicuramente la riscoperta per il “root rock” più verace. Spogliate le produzioni da eccessi vari, resta l’attitudine genuina, lo spirito ribelle che generò un esercito di band ormai leggendarie, responsabili della codifica definitiva delle “tavole della legge”. Mi riferisco a gente come Lynyrd Skynyrd, Bad Company, Faces, primissimi Aerosmith, Allmann Brothers: ci siamo capiti, insomma. Sotto il revival dei 70’s inaugurato dal cosiddetto grunge, un movimento che porta i Black Sabbath su palmo di mano, iniziano altresì a farsi spazio realtà come The Black Crowes o Quireboys, integrali debitori degli Stones e del Rod Stewart post Jeff Beck, seppur capaci di aggiornarne il sound in forma credibile ed appetibile anche ad un pubblico di neofiti.

“Shake Your Moneymaker” (1990) ed il suo conseguente successo, prima trainato da un singolo irresistibile come “Jealous Again” e successivamente documentato dalla partecipazione degli stessi The Black Crowes al carrozzone itinerante del Monsters Of Rock 1991 (capitanato da AC/DC, Metallica, Queensryche), posiziona il gruppo dei fratelli Robinson tra le priorità delle case discografiche. La storia insegna: occorre sempre un “prime mover” dalle vendite solide per imporre un trend o per dare il via a percorsi retrospettivi. In particolare la Def Jam American Recordings, etichetta saldamente nelle mani di Rick Rubin, talent scout e producer dal naso sopraffino che saltella con disinvoltura dalla violenza inusitata degli Slayer di “Reign In Blood” al rilancio della carriera di un’icona come Johnny Cash, non si lascia sfuggire i virgulti più promettenti e talentuosi.

The Freewheelers fanno sicuramente parte di questa categoria e, dopo un omonimo esordio ancora un po’ acerbo, vengono scritturati proprio dall’etichetta di Rubin, che si frega già le mani al pensiero di ripetere il colpaccio The Black Crowes.

Il quintetto prende forma a Los Angeles nel 1989, ed arriva all’appuntamento “caliente” del secondo album ”Waitin’ For George” nella seguente formazione: Luther Russell (voce e chitarra), Jason Hiller (basso), Christopher Joyner (pianoforte), Dave Sobel (organo, per lo più Hammond), John Hofer (batteria). Bastano pochi accordi della straordinaria “Best Be On Your Way” per entrare in un rock’n’roll mood senza tempo, ed anche se le coordinate stilistiche rimangono ben conosciute, la seriosa credibilità della band travolge ogni ostacolo di “deja-vu” eccessivamente prono e citazionista. Luther Russell canta con la potenza di un Joe Cocker dei tempi di Woodstock, prima graffiando come una tigre, poi intrattenendo da roco crooner in canzoni come “What’s The Matter Ruth?” e “Mother Nature Lady”: quest’ultima, peraltro, contrappuntata da un battente lavoro di pianoforte e battezzata da una sezione ritmica dal moto perpetuo. La produzione di George Drakoulias è perfetta, e riesce a valorizzare ogni singolo strumento nella maniera più consona e funzionale al credo stilistico del gruppo.

Il ripescaggio dei Lynyrd Skynyrd si trasforma in palese esercizio filologico con “Ghost Of Tchoupitoulas St.”, ma non mancano nemmeno sferzate di rock più attualizzato, come quello che viene esposto con fiera muscolarità nella frastornante “My Little Friend”. Il rhythm’n’blues di “(Chico’s Selling) Maps To The Stars” ed “Elevator Man” viene egregiamente trattato seguendo la più fedele tradizione, con pianoforte ed Hammond che si rubano il proscenio a vicenda, senza ovviamente dimenticare l’energia sprigionata nei momenti più rock’n’roll, come “Crime Pays”, “Walkin’ Funny” ed “About Marie”.

Dopo una simile prova di forza, su The Freewhelers calerà un silenzio imbarazzante, almeno per quanto dimostrato su “Waitin’ For George”: non sempre la qualità paga evidentemente, qualunque sia il genere affrontato.


ALESSANDRO ARIATTI




Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

MEGADETH "MEGADETH" (2026)

So far, so good e soprattutto so what, avrebbe detto il Dave Mustaine dei tempi d'oro. E lontano i Megadeth sono andati sicuramente: sulla "bontà", invece, molti avrebbero da ridire, tra uscite criticate o addirittura derise, ed altre considerate universalmente capisaldi del thrash e dell'HM in generale. Ora è arrivato il momento di dire basta, con il classico album autointitolato che vorrebbe condensare, in circa quarantacinque minuti, l'essenza di una carriera quarantennale. "Dystopia" e "The Sick, The Dying And The Dead" avevano riportato il gruppo su livelli probabilmente insperati, grazie anche al decisivo contributo di un Kiko Loureiro fenomenale, in grado di rispolverare fasti dell'antico passato. Il tutto senza scimiottare questo o quello, visto che sono passati tanti illustri solisti alla corte di Mustaine: Poland, Friedman, Pitrelli, giusto per citarne alcuni. Toccherà invece al chitarrista finlandese Teemu Maantysari (ex Wintersu...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...