Passa ai contenuti principali

CELTIC FROST "INTO THE PANDEMONIUM" (1987)


C’è un momento, entrando in "Into The Pandemonium", in cui capisci che non sei più dentro un disco metal nel senso tradizionale del termine. Sei dentro un ambiente. Un luogo mentale corrotto, stratificato, quasi liturgico, dove ogni elemento sonoro sembra avere una funzione simbolica più che musicale. Non è un ascolto: è una discesa orchestrata nel disordine.
Siamo nel 1987, e la scena estrema europea sta ancora cercando di definire i propri confini. Il thrash si è ormai strutturato, il proto-black metal è ancora istintivo e primitivo, e il death metal sta iniziando a emergere dalle profondità. In questo contesto, “Into The Pandemonium” dei Celtic Frost non devia semplicemente dal percorso: lo sabota. È un gesto artistico radicale, quasi iconoclasta.
L’apertura con “Mexican Radio” è uno shock deliberato. Non è solo una scelta inusuale è una dichiarazione d’intenti. Il brano originale viene smontato e ricostruito in una forma fredda, aliena, quasi disturbante. È come entrare in un mondo dove il familiare è stato contaminato, reso irriconoscibile.
Con “Mesmerized” il tempo si dilata fino a diventare viscoso. La lentezza non è rilassante: è opprimente. Le strutture sono ridotte all’essenziale, ma ogni suono pesa come un macigno. Qui si intravede chiaramente il germe di ciò che diventerà doom e gothic metal, ma senza alcuna forma codificata. La voce di Tom G. Warrior è più un’ombra che una guida, una presenza rituale che attraversa il brano senza mai rassicurare.
“Babylon Fell” espande ulteriormente l’orizzonte sonoro: è teatrale, apocalittica, costruita come una rovina che si sgretola davanti all’ascoltatore. Gli inserti orchestrali e le voci femminili non abbelliscono: destabilizzano. Creano una tensione estetica continua tra sacro e profano, tra bellezza e decomposizione.
Poi arriva “One In Their Pride”, che sembra provenire da un futuro che nel 1987 non esisteva ancora. Il ritmo è meccanico, quasi industriale, disumanizzato. È un brano che anticipa certe derive sonore che verranno esplorate solo anni dopo, rendendo evidente quanto questo disco fosse avanti rispetto al proprio tempo.
Uno degli elementi più affascinanti di “Into The Pandemonium” è la sua natura frammentata. Non esiste una progressione lineare: ogni traccia è un frammento di un mosaico oscuro, e l’insieme crea un senso costante di disorientamento. L’ascoltatore non viene mai lasciato in equilibrio — ogni certezza viene sistematicamente messa in discussione.
Nel contesto storico, questo disco rappresenta una rottura netta. Non si inserisce in una scena: la supera, la ignora, la ridefinisce. La sua influenza è sotterranea ma enorme. Senza questo lavoro, molte evoluzioni del metal — dall’avant-garde al gothic, fino a certe forme di black metal più sperimentale avrebbero avuto un percorso molto diverso, forse più limitato.
Ciò che lo rende davvero unico è il suo rifiuto della coerenza convenzionale. “Into The Pandemonium” è contraddittorio per natura: pesante ma etereo, strutturato ma caotico, accessibile e respingente allo stesso tempo. Non cerca mai di piacere e proprio per questo lascia un segno così profondo.
Riascoltarlo oggi è un’esperienza ancora destabilizzante. Non suona come un reperto storico: suona come qualcosa che non ha mai trovato una vera collocazione temporale. È un’anomalia, una frattura ancora aperta.
“Into The Pandemonium” non è solo un album. È un atto di trasformazione violenta del linguaggio musicale. Un punto in cui il metal ha smesso di essere semplicemente un genere, per diventare possibilità.



JOE PRIVITERA

Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...

ENSHINE "ELEVATION" (2026)

Formatisi nel 2009, attorno al duo Jari Lindholm (chitarra/tastiere) e Sèbastien Pierre (voce/tastiere), gli Enshine hanno pompato prezioso ossigeno ad un genere diventato spesso asfittico nel corso degli anni. I loro due album "Origin" (2013) e "Singularity" (2015) hanno avuto infatti un notevole impatto sulla scena doom/goth/death, in virtù di un songwriting ispiratissimo, che andava a calcare la mano sugli aspetti maggiormente emozionali della proposta. Loro stessi definiscono la propria musica come "esplorazione del mondo interiore", andando a rispolverare antiche sensazioni che, nei primi anni '90, furono portate alla ribalta dai vari Crematory, The Gathering, Paradise Lost e via dicendo. Enshine aggiungono un tocco moderno, imbastendo melodie sognanti che vengono evocate dalle tastiere e da un lavoro di chitarra che non lascia mai nulla al caso. Con l'aiuto di Gianni Koskinas (basso) e Marcelo Aires (batteria), Jari e Sèbastien tornano con un...