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GOATSNAKE "FLOWER OF DISEASE" (2000)


Nascono dalla fervida immaginazione di Greg Anderson dei Sunn O))), che trova nella voce di Peter Stahl l'archetipo perfetto per una creatura altamente visionaria ed artisticamente maledetta. "Et In Arcadia Ego", cita la ricca simbologia occulta di copertina: "Il Fiore Del Contagio" è il titolo scelto. Goatsnake, ovvero caprone e serpente, il nome del gruppo: penso che non occorra aggiungere nulla per descrivere l'immaginario della situazione. Il suono prescelto è caldo come il sole del deserto, algido come la desolazione lunare notturna che segue. C'è il doom/stoner, certo, ma c'è anche tanto blues immerso nelle "tristi ali del destino", che rende la proposta di "Flower Of Disease" un unicum nel panorama del settore. In questo senso, Stahl è decisivo per differenziare la proposta da un Electric Wizard qualsiasi, con tutto il rispetto dovuto alle scelte integraliste di Juss Osborne e soci. Non vorrei esagerare, visto che si tratta di un album da culto, ma credo veramente che questo disco rappresenti uno dei punti più alti del genere, proprio per uno spettro sonoro multimediale, che non si limita al riciclo "updated" del riffing Sabbath-iano. C'è tanta anima, tanta personalità autoctona che, pur partendo da basi innegabili ed inconfondibili, tende ad arrivare "altrove". Peraltro riuscendoci. Andersson, slegato dal rumorismo dei Sunn O))), pennella parti di chitarra buie ma suggestive, aride nella forma ma piene di pathos nell'espressione, confondendo l'ascoltatore in una (lenta) centrifuga che contiene certamente lo stoner, ma ingaggia incursioni psych e grunge. Possibile? Questione di feeling, diceva una nota canzone autoriale italiana, ed il linguaggio è perfetto per descrivere il caso in questione. Un album che nasce per essere un monolite sonico, ma che assume sembianze polimorfe in corso di realizzazione, stuzzicando multiversi stilistici che convergono in piena armonia. Un'opera che evita i cliché dello sterile revivalismo, da gustare in un unico flusso mesmerizzante dall'iniziale title-track alla conclusiva "The River", con tutto il suo carico angosciante e lascivo. Otto pezzi da tramandare ai posteri. E non soltanto per i cultori del genere.


ALESSANDRO ARIATTI

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