C'era una volta l'hard rock: quello urgente, privo di fronzoli, crudo e cruento, impavido e terremotante. Nessuna barriera concettuale, nessuna divisione tra "ciò che è" e "ciò che dovrebbe essere". Poi il genere si è settorializzato, prigioniero di definizioni e neologismi vari, indotti da case discografiche con la benedizione della critica, che non vede l'ora di separare il suono in compartimenti stagni, di ingabbiarlo ad uso e consumo dei gusti del pubblico. È così che, dopo l'irruzione del Seattle sound, qualsiasi cosa che si affranchi da cori ammiccanti e produzioni sgargianti, diventa immediatamente "grunge". My Sister's Machine affondano le radici addirittura nel 1984, quando Owen Wright (chitarra) e Chris Gohde (batteria) si uniscono ai Mistrust, dei quali fa parte anche il cantante (ex Culprit) Jeff L'Heureux. I due incontrano nel 1989 Nick Pollock, che nel frattempo ha suonato negli Alice N' Chains, gruppo all'epoca dedito all'hair metal, ma destinato ben presto a trasformarsi nei celeberrimi (e quasi omonimi) Alice In Chains. Il cerchio si chiude, finalmente, quando il quartetto viene completato in modo definitivo dal bassista Chris Ivanovic, perchè My Sister's Machine decidono di affidare proprio a Pollock il ruolo di frontman della situazione. Nel 1990 la Northwest Music Association assegna alla band il premio quale miglior nuovo gruppo, ma nonostante tutto il gruppo si accasa presso una label minore come Caroline Records. Il disco d'esordio, "Diva", esce nel 1992, ed ottiene immediatamente riconoscimenti pressoché unanimi da parte dei media. Immaginate un mix letale tra Guns'n'Roses, Soundgarden ed Alice In Chains, e non vi trovate molto lontani dal target prescelto. "I Hate You" è una clamorosa hit "mancata", mentre l'iniziale "Hand And Feet" rincorre il tambureggiante assalto di "You Could Be Mine", targato Slash e soci. My Sister's Machine suonano in modo spurio soltanto se si è afflitti da una filosofia divisoria dell'hard rock. E l'inizio degli anni '90 vira proprio in questa direzione, come si diceva prima. La voglia di inserirli nel calderone "grunge" è irresistibile, ma si tratta di una licenza critica impropria. In realtà, "Diva" condensa fuoco e fiamme in nemmeno 39 minuti di durata, alzando un muro elettrico che comprende la satura "Pain", oppure le lisergiche litanie (alla The Cult) di "Wasting Time" ed "I'm Sorry". C'è spazio anche per un ideale volo con lo Zeppelin in "Love At High Speed", a dimostrazione che il rock di qualità difficilmente si lascia inscatolare e/o addomesticare da qualsivoglia trend supportato dal "giornalismo musicale". My Sister's Machine replicheranno l'anno dopo con l'affascinante "Wallflower", album probabilmente più maturo ed "inquadrato", seppur privo della scintilla esplosiva che innesca il deflagrante "Diva". Magistrale.
ALESSANDRO ARIATTI

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