Nel 2024, nel giorno più carico di simbolismo possibile, il 14 luglio, i Seth rilasciano "La France Des Maudits"; e già questo basta per capire che non siamo davanti a un semplice disco, ma a un atto deliberato, teatrale, quasi politico. È un’opera che affonda le mani nella carne viva della Francia, non per celebrarla in modo retorico, ma per dissezionarla, profanarla e poi ricostruirla sotto forma di mito nero. Il contesto è quello di una band che arriva da una fase di rinascita artistica e identitaria, dopo aver già dimostrato con i lavori precedenti di aver ritrovato una direzione feroce e lucida. Tuttavia qui il salto è evidente: tutto è più ambizioso, più stratificato, più consapevole.
Non c’è dispersione, non c’è riempitivo: l’album è compatto, serrato, costruito come una marcia continua dentro una Francia deformata, allucinata, dove la storia della Rivoluzione diventa materia rituale. Le chitarre non si limitano a costruire riff, ma sembrano scolpire architetture decadenti; le tastiere amplificano il senso di grandezza tragica senza mai addolcire l’impatto; la voce è un comando, una proclamazione, un verdetto. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera che non è solo oscura, ma profondamente drammatica, quasi operistica, come se ogni brano fosse un atto di una tragedia nera.
L’ingresso con “Paris Des Maléfices” è già una dichiarazione d’intenti: la capitale viene spogliata di ogni romanticismo e trasformata in un organismo corrotto, una città infestata da presenze invisibili e tensioni irrisolte. Non è una normale apertura, ma una soglia sull'abisso e, una volta oltrepassata, non si torna indietro. Il suono è tagliente eppure elegante, feroce ma controllato, e definisce subito il linguaggio dell’intero disco: un black metal che non rinuncia alla violenza, ma la incanala in una visione precisa, quasi letteraria.
Poi, quando arriva “La Destruction Des Reliques”, il disco si fa apertamente iconoclasta. Qui i Seth non si limitano a evocare la ribellione: la mettono in atto simbolicamente, demolendo tutto ciò che rappresenta tradizione, fede, continuità. È un brano che pulsa di tensione, costruito su una ripetizione ossessiva che diventa ipnotica, come una cerimonia al contrario, in cui ogni elemento sacro viene sistematicamente profanato. La Francia che emerge da queste note è una nazione che si autodistrugge per liberarsi, che trova nella negazione la propria identità più autentica.
E poi c’è “Insurrection”, il punto di rottura definitivo. Qui il disco esplode davvero, si apre, si dilata, diventa qualcosa di più di una semplice composizione musicale. È una narrazione in movimento, una sommossa sonora che cresce, si accumula e infine travolge tutto. Non è solo epica: è caos organizzato, è la rappresentazione sonora della folla che prende il controllo, del potere che crolla, della storia che cambia direzione. È il momento in cui l’album smette di essere una sequenza di brani e diventa un’esperienza totale.
Ciò che rende “La France Des Maudits” così potente è proprio questa capacità di trasformare un contesto storico e culturale in qualcosa di vivo, urgente, quasi contemporaneo. La Francia che i Seth raccontano non è un ricordo, ma uno spettro che continua a esistere: nei simboli, nella violenza, nella tensione tra ordine e caos. Non c’è nostalgia, non c’è celebrazione facile — c’è solo una visione lucida e spietata, che usa il black metal come linguaggio per parlare di identità, distruzione e rinascita.
Alla fine, ciò che resta non è solo la memoria di singoli brani, ma una sensazione persistente, quasi fisica. È come uscire da un luogo carico di storia e sangue, con addosso ancora l’eco di qualcosa che non si è mai davvero concluso. “La France Des Maudits” non accompagna, non intrattiene, non consola: domina, trascina, impone. Ed è proprio per questo che colpisce così a fondo.
JOE PRIVITERA

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