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CRIMSON GLORY "CHASING THE HYDRA" (2026)


Solo i Crimson Glory sapevano suonare "come i Crimson Glory". Nella seconda metà degli anni '80, la band della Florida era diventata un'autentica istituzione, reputazione meritatissima che venne raggiunta sull'onda di due album di heavy metal epico ed onirico, roccioso ma progressivo, classico eppure futurista. Sto ovviamente parlando dell'omonimo esordio e del successivo "Trascendence", nei quali il suono diventava veicolo di sensazioni aliene, trasmesse in frequenza attraverso il "codice Midnight", nome d'arte del loro cantante tragicamente scomparso all'età di soli 47 anni. Molti fans storsero il naso quando ascoltarono il terzo LP "Strange An' Beautiful", una sana immersione nel calderone Zeppelin che deluse profondamente i seguaci della prima ora. La band si scioglie come neve al sole durante gli anni 90, per riformarsi appena prima dello scoccare del nuovo millennio in occasione di "Astronomica", un album certamente non memorabile che, di Crimson Glory, mantiene soltanto il nome. Irreplicabile, per l'irritante Wade Black, lo stile di Midnight: nessuna traccia di quelle stilettate in falsetto "operistico" che restano tuttora un unicum mai più toccato da nessuno. Troppo generiche, inoltre, le canzoni presentate quale fantomatico "ritorno alle origini" del gruppo. Quando ho letto del come-back dei Crimson Glory, francamente non sono trasalito, considerando anche l'annuncio che il chitarrista Jon Drenning non sarebbe stato della partita. Un po' come i Queensryche senza Chris DeGarmo, per capirsi. Restano comunque 3/5 della formazione originale, nelle persone di Ben Jackson (seconda sei corde), Jeff Lords (basso) e Dana Burnell (batteria), a preservare il leggendario nome. Si riparte quindi nel 2023 con l'ingresso del chitarrista solista Mark Borgmeyer, ma soprattutto con lo sconosciuto Travis Wills in quello che fu il sacro ruolo di Midnight.


Fermo restando che i vocalizzi del suddetto, compianto fenomeno restano una chimera per chiunque, è però doveroso dare a Cesare ciò che è di Cesare. Oppure, nel nostro caso, a Wills ciò che è di Wills. L'ombra della "Mezzanotte" fa infatti capolino in più di un'occasione, a partire dall'iniziale "Redden The Sun" e dall'arcano incantatore evocato con "Angel In My Nightmare". È certamente un HM meno rifinito e più "dozzinale" rispetto a quei due album che tutti ricordano, tuttavia credo che nessuno potesse attendersi qualcosa allo stesso livello. Qualcosa di "particolare" invece sì: ed è sostanzialmente ciò che offre in abbondanza "Chasing The Hydra". Come in "Broken Together", sospesa tra ariose aperture progressive e burrascosa epicità, oppure nei clangori simil-power della serrata title-track e di "Armor Against Fate". Diciamo che la deriva "generalista" viene sempre comunque scongiurata, sia dall'ispirato solismo di Borgmeyer che dai gorgheggi d'autore di un Wills in versione "monster". Ripeto, nulla a che vedere con la qualità di "Crimson Glory" o di "Trascendence": tuttavia, se un ponte temporale può essere gettato tra il 1986 ed il 2026, ignorando totalmente l'inadeguato "Astronomica", ci si può accontentare (e godere). Peccato solo per la copertina, semplicemente orribile.


ALESSANDRO ARIATTI 

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