Tra fine 70's e primi 80's, la scena hard rock britannica pullula di nuovi gruppi e di "sangue nuovo". La maggior parte viene pompato dalla leggendaria NWOBHM, che rinnova il genere irrorandolo di ribellione punk, ma esiste anche una sacca di resistenza con i piedi ben piantati nel suono pomposo e melodico d'oltre Atlantico. In questa fazione si rendono sicuramente protagonisti i Grand Prix, quintetto innamorato di Styx, Kansas o, più modestamente, American Tears (di Mark Mangold). Uno stile considerato "dinosaurico" dai più giovani pirati del sound duro, invero ringalluzziti da chitarre arrembanti e pulsioni giovanili nelle liriche. Dopo la classica trafila tra prove da studio e demo-tape, la band trova l'ideale configurazione basando le proprie peculiarità sulle tastiere di Phil Lanzon e sulla voce acuta di Bernie Shaw. Quest'ultimo emigra dal Canada al Regno Unito alla ricerca di nuove opportunità artistiche, portando in dote un'innata propensione verso le hooklines di immediata fruizione, bilanciando così l'attitudine originaria degli stessi Grand Prix. Pubblicato da RCA, il loro primo omonimo album viene considerato, a ragione, uno degli highlights assoluti tra le uscite melodic rock del periodo, abbinando una profonda ricerca del suono a sofisticate armonie, magnificamente generate dal succitato Shaw. Nel proprio paese d'origine, Bernie cerca di suonare la chitarra con i semi-professionali Cold Sweat, tuttavia la sua abilità alla sei corde si rivela decisamente limitata. "Mutavamo nome praticamente in continuazione, ma il risultato era sempre lo stesso: decisamente scarso". Il cambio location è l'ultima spiaggia per uno sbocco serio di carriera: indeciso tra Los Angeles e Londra, il canadese sceglie quest'ultima. "Per me, in quegli anni, la capitale britannica era la capitale mondiale del rock, così non ci pensai due volte". Dopo aver risposto ad un'inserzione su Melody Maker, nella quale i Paris (questo il primo moniker dei Grand Prix) cercavano un cantante, Phil Lanzon ed il chitarrista Mick O'Donoghue danno il loro caldo benvenuto al frontman canadese. I pezzi sono praticamente già tutti scritti, e nonostante i credits arrechino quasi completamente la firma dei due, non si fatica certo ad individuare il tocco personale di Bernie. Se consideriamo che Lanzon e Shaw diventeranno colonne portanti degli Uriah Heep negli ultimi quarant'anni, diventa pressoché automatico definire quel meeting come una importantissima "sliding door". Pezzi tipo "Waiting For The Night", "Which Way Did The Wind Blow" e "Westwind" rappresentano non soltanto un crossover tra pomp rock ed il nascente AOR Eighties, ma anche alcune delle tracce maggiormente convincenti del settore nel segmento temporale di riferimento. Col senno di poi, la grandeur di "The Very Last Time (Dreamer)" incorpora invece già quei semi che verranno piantati da Bernie e Phil nel leggendario gruppo di Mick Box. Un album sicuramente "figlio del tempo", difficilmente replicabile in epoche differenti: ma, proprio per questo, ancor più affascinante.
ALESSANDRO ARIATTI

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