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GUNS'N'ROSES "APPETITE FOR DESTRUCTION" (1987): QUANDO IL ROCK SMISE DI FARSI BELLO E TORNÒ A SPORCARSI LE MANI

Ci sono album che nascono per diventare classici. E poi ci sono album che sembrano nati per sopravvivere alla notte.

"Appetite For Destruction" dei Guns N' Roses non è un disco che dà l’idea di essere stato registrato in studio: sembra registrato in un vicolo, alle quattro del mattino, con l’odore di alcol addosso, le scarpe consumate e la sensazione costante che, da un momento all'altro, possa partire una rissa.

Nel 1987 il rock americano sta diventando troppo pulito per essere davvero pericoloso. Ci sono capelli cotonati, giacche leopardate, videoclip lucidissimi e band che sembrano uscite più da un salone di bellezza che da un garage. Il Sunset Strip di Los Angeles è pieno di gruppi che giocano a fare i maledetti. I Guns, invece, maledetti sembrano esserlo davvero.

Ed è questa la differenza enorme che si sente ancora oggi ascoltando “Appetite for Destruction”: non è costruito. Non prova a imitare il caos. È caos.

Quando parte “Welcome to the Jungle”, sembra di essere alle porte di una città che ti vuole fregare il portafoglio appena scendi dal bus. Axl non canta: ti avverte. Ti guarda negli occhi e ti dice che lì dentro puoi diventare qualcuno  oppure perderti completamente. E il bello è che ci credi, perché la band suona come un motore che perde pezzi, eppure continua ad andare sempre più veloce.

La grandezza storica del disco sta tutta qui: i Guns N’ Roses riportano il rock sulla strada. Non quella raccontata nei film, quella vera. Quella dei locali minuscoli, degli appartamenti condivisi in dieci, dei debiti, delle bottiglie vuote e delle notti passate senza sapere dove dormire.

Prima di diventare superstar, questi cinque sembrano una gang che aveva trovato gli strumenti musicali invece delle pistole.

E ognuno, dentro a questo disco, è fondamentale.

Axl Rose è il centro del terremoto. Ha una voce che sembra sempre sul punto di rompersi o di esplodere. Passa dall’urlo animale alla fragilità totale nel giro di pochi secondi. Non interpreta il ruolo della rockstar: sembra uno che combatte continuamente contro sé stesso.

Slash invece è il fantasma notturno del disco. I suoi assoli non sono soltanto tecnici, ma paiono strade illuminate dai neon dopo la pioggia. Quando suona, il riccioluto guitarist dà sempre l’impressione di stare raccontando qualcosa che non riesce a raccontare a parole.

Izzy Stradlin è probabilmente l’anima più sporca ed autentica del gruppo. Meno appariscente, ma essenziale. Senza di lui molte canzoni non avrebbero quel tiro da bar fumoso e da rock’n’roll randagio.

Duff McKagan porta dentro il punk, la strada; Seattle prima ancora che Seattle diventasse famosa. Il suo basso non accompagna, ma spinge in avanti i pezzi come se avesse fretta di arrivare alla fine della notte.

Infine, Steven Adler regala al disco quella batteria sporca, swingata, quasi ubriaca, che rende il tutto incredibilmente umano. Senza quel groove, “Appetite” sarebbe stato solo aggressivo. Invece respira.

E poi ci sono le canzoni, che hanno superato il concetto stesso di hit. “Sweet Child o’ Mine”, poteva essere una semplice ballata da classifica, invece nasconde e palesa qualcosa di inquieto. Sotto quella melodia gigantesca, c’è la paura di perdere la purezza, di vedere qualcosa di bello marcire sotto le luci della città. Anche l’assolo di Slash sembra più nostalgico che romantico: non celebra un amore, cerca di salvarlo.

Ma il vero sogno sporco del disco, forse, è “Paradise City”. Perché dietro quel monumentale ritornello da stadio non c’è davvero un "paradiso": c’è la voglia disperata di scappare. È una canzone che sembra parlare di festa ma che, sotto sotto, nasconde stanchezza, fuga, bisogno di respirare. Parte quasi come un viaggio in macchina con il finestrino abbassato, e finisce come una corsa fuori controllo. E quando accelera nell’ultima parte sembra che la band stia andando troppo veloce persino per sé stessa.

“Rocket Queen” è forse il vero cuore nascosto dell’album: parte come un delirio sessuale, quasi provocatorio, ma finisce per diventare una specie di confessione notturna. È il momento in cui tutta la facciata da duri si rompe e sotto rimangono solamente ragazzi persi, stanchi, fragili.

Ed è questo il motivo per cui “Appetite For Destruction” è diventato enorme: non parla di eccessi per fare scena. Gli eccessi lì dentro fanno paura davvero.

Non senti una band che gioca con il pericolo.

Senti una band che vive come se il pericolo fosse l’unico ambiente possibile.

Molti dischi storici, col tempo, diventano eleganti, quasi museali.

Questo no.

Questo continua ad avere il rumore delle bottiglie rotte fuori da un club. Continua ad avere il neon acceso male, il fumo negli occhi, i marciapiedi sporchi di Los Angeles e quella sensazione tipica delle grandi notti sbagliate: che qualcosa possa andare storto da un momento all’altro.

E forse è proprio per questo che ancora oggi non sembra un album “del passato”.

Sembra un disco appena scappato di casa.

Perché “Appetite for Destruction” non è il sogno americano.

È il momento esatto in cui il sogno americano si sveglia sudato, con il rossetto sbavato, il whisky ancora in gola ed il conto da pagare all’alba.



JOE PRIVITERA

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