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JOHN CORABI "NEW DAY" (2026)


Sembra incredibile, ma "New Day" rappresenta l'esordio solista di John Corabi. Tra i The Scream, la comparsata con i Motley Crue nello strepitoso album omonimo del 1994, la sporadica parentesi degli Union, le "schitarrate" live ben retribuite con i Ratt, ed infine l'eccellente presenza nei The Dead Daisies, è solo oggi che il cantante americano firma la sua prima opera d'autore. Nel film The Dirt, la sua figura esce decisamente malconcia, quasi si trattasse del primo imbecille trovato per strada e messo dietro al microfono di una delle band più rappresentative degli 80's. La realtà è ben altra. Non solo quell'album dei Motley Crue resta un gioiello di inestimabile valore, ma rimane probabilmente l'unica testimonianza di un gruppo "hair metal" alle prese con qualcosa "d'altro". Chi ha vissuto quel periodo sa benissimo che tutti ci provarono e che tutti fallirono. Tutti tranne loro. Ed il merito va circoscritto proprio al nome di Corabi. Poche storie, musicalmente lui portò Sixx e compagni ad un altro livello, fermo restando il fatto che i Crue saranno giustamente ricordati per i loro album con la formazione classica. Ma che John fosse un cavallo di razza, e non quel ronzino dipinto nel fantasioso lungometraggio, è una cosa che deve essere assolutamente rivendicata. Dopo aver cantato e suonato per conto terzi, è arrivato finalmente il momento di tirare fuori tutto sè stesso, indipendentemente da quelli che sono i compagni d'avventura. Su "New Day", Corabi viene prevalentemente affiancato dall'amico, produttore e songwriter Marti Frederiksen, già collaboratore di Ozzy ed Aerosmith; e che il legame tra i due sia particolarmente saldo, appare subito chiaro dal focus dell'album. Stilisticamente siamo dalle parti dei Cinderella di "Heartbreak Station", quando la band decise di spogliare il proprio sound dagli orpelli e dai lustrini, per concentrarsi su un indirizzo più malinconico, profondo, eppure altrettanto ficcante. "When I Was Young", ad esempio, è una sorta di "Maggie May" (Rod Stewart) in salsa southern, col folklore scozzese che viene sporcato dagli umori del Mississippi. La title-track si muove invece sinuosa, con quello strisciante riff elettro-acustico su cui si avventa la roca ugola di John. Bellissima "Good To Be Back Here Again", un tuffo nel soul più struggente, mentre "1969" si cala in musica e parole dentro un'annata storica per la storia dell'umanità. Se "Faith, Hope & Love" suona quasi come un blues degli Stones, tocca a "Laurel" e "One More Shot" rivestire il ruolo di brani più hard rock oriented dell'intero disco. Indipendentemente dal contesto, Corabi si conferma artista brillante e poliedrico, in grado di adattarsi ai vari contesti senza mai rinnegare le proprie solide radici. E questo significa personalità: indiscussa ed indiscutibile. 


ALESSANDRO ARIATTI 

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