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NIGHTWISH "IMAGINAERUM" (2011)


"Imaginaerum" dei Nightwish è un album che non si ascolta soltanto: si attraversa, come si attraversa un sogno che non chiede permesso e ti prende per mano senza spiegarti dove stai andando.

È il 2011, e la mente di Tuomas Holopainen costruisce qualcosa che va oltre la musica: un universo intero fatto di memoria, infanzia, tempo che si piega e si rompe. Qui tutto nasce da un’idea semplice e insieme impossibile: cosa resta di noi quando ricordiamo? E cosa succede quando i ricordi smettono di essere fedeli e diventano immaginazione?

Dentro questo mondo, la voce di Anette Olzon diventa luce e nebbia insieme. Non è più soltanto interprete: è narratrice, spirito che guida dentro stanze emotive che cambiano forma. In lei, in questo disco, c’è una completezza nuova, una maturità che non ha bisogno di imitare il passato della band ma lo trasforma in qualcos’altro. La sua voce non si impone: accompagna, respira, accende immagini.

"Storytime" è l’alba di questo viaggio. Sembra un varco aperto su un’infanzia eterna, dove credere alle storie non è ingenuità ma salvezza. La voce di Anette qui è limpida come vetro attraversato dal sole, e la musica non pesa: vola. È un inizio che non introduce soltanto un album, ma un mondo intero.

Poi arriva "Ghost River", e il sogno inizia a tremare. Qui il fiume non riflette più ciò che siamo, ma ciò che temiamo di diventare. La presenza di Marco Hietala è come una crepa nella superficie del sogno: la sua voce scura risponde a quella di Anette come un’ombra che conosce il nome della luce. In questo dialogo, i Nightwish diventano teatro interiore, tensione emotiva pura.

E poi c’è "Scaretale", che non è una canzone ma un carnevale impazzito dentro la mente. Un luna park abbandonato dove le giostre continuano a girare senza bambini, e le risate sembrano registrate da qualcuno che non c’è più. Qui Tuomas Holopainen non scrive musica: costruisce vertigini. Ogni suono è un corridoio che si piega, ogni orchestra una maschera che sorride mentre nasconde qualcosa.

Intorno a questo nucleo si muove la band come una compagnia errante. Emppu Vuorinen disegna traiettorie di chitarra che non spezzano il sogno ma lo sostengono, come fili invisibili. Jukka Nevalainen dà al viaggio il passo regolare di un battito che non vuole fermarsi, anche quando tutto intorno sembra dissolversi. E poi c’è Marco, ancora, come presenza necessaria: il contrappeso, il buio che rende visibile la luce.

"Imaginaerum" è questo: un continuo oscillare tra meraviglia e inquietudine, tra ciò che ricordiamo e ciò che inventiamo per non perdere ciò che siamo stati. È un album che non racconta una storia lineare, ma un sogno che si deforma mentre lo guardi.

E la cosa più particolare è che, con questa formazione, i Nightwish sembrano aver trovato una forma diversa di completezza: non quella dell’epica assoluta ed operistica del passato, ma una completezza più cinematografica, più fragile e insieme più umana. Con Anette, la band non urla l’immaginazione: la sussurra, e proprio per questo la rende più vicina.

Quando finisce, non c’è davvero una fine. Rimane una specie di eco, come quando ti svegli e non ricordi tutto il sogno, ma sei certo che ti abbia cambiato l’umore del giorno.


JOE PRIVITERA 

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