Il disco nasce in un periodo storico dominato dalla paranoia nucleare, dalla Guerra Fredda e da una crescente sfiducia verso politica, televisione e società moderna. Dentro "Survive", tutto questo si sente eccome. Non è un album “spettacolare” nel senso classico del termine: è nervoso, aggressivo, pessimista, quasi claustrofobico. Sembra il suono di una metropolitana lanciata a tutta velocità sotto una città sull’orlo del collasso.
Gran parte del merito va alla personalità dei musicisti. John Connelly guida il disco con una voce abrasiva e isterica, che sembra sputare rabbia ad ogni strofa, mentre Dan Lilker costruisce un suono did basso pulsante e velenoso, che ingloba tutta la furia del gruppo. Dietro la batteria, Glenn Evans martella senza tregua, alternando accelerazioni hardcore a sezioni più pesanti e cadenzate. E poi c’è il lavoro chitarristico di Anthony Bramante, fondamentale nel creare quell’atmosfera tesa e tagliente che attraversa l’intero album.
Fin dall'inizio, il disco colpisce durissimo. “Rise From The Ashes” apre con un’introduzione inquietante, prima di esplodere in un attacco thrash violentissimo. I riff corrono veloci ma non diventano mai confusi, la batteria spinge come un treno fuori controllo, e la voce di Connelly trasmette un senso costante di allarme. È il perfetto manifesto del suono Nuclear Assault: hardcore punk e thrash metal fusi in una miscela sporca e devastante.
La differenza rispetto a tanti gruppi contemporanei, sta proprio nell’atmosfera. Se album come "Among The Living" puntavano su un thrash tecnico ma ancora ironico e spettacolare, se altri lavori quali "Beneath The Remains" trasformavano il genere in qualcosa di sempre più estremo e brutale, "Survive" sceglie invece una dimensione più urbana e paranoica. Qui non ci sono eroi, mascotte o inni da arena: solo rabbia sociale, rifiuto della propaganda televisiva, paura atomica e degrado metropolitano.
Con “Brainwashed” la band mette a segno uno dei pezzi migliori della propria carriera. Il riff principale è diretto come un pugno in faccia, ed il ritornello sembra uno slogan gridato durante una sommossa di strada. Il testo attacca manipolazione mentale e conformismo con una violenza tipicamente hardcore, ma il modo in cui il gruppo costruisce tensione e cambi di ritmo dimostra una maturità compositiva ormai lontana dal caos quasi incontrollato degli esordi.
Uno degli aspetti più riusciti del disco è infatti l’equilibrio tra istinto e precisione. I Nuclear Assault non cercano il virtuosismo esasperato di certe band thrash dell’epoca, ma neppure si limitano a suonare veloce e basta. Ogni pezzo ha una struttura precisa, ogni accelerazione arriva al momento giusto e la tensione rimane costante per tutta la durata dell’album.
Il lato più oscuro del disco emerge pienamente con “The Great Depression”, brano lento, pesante e opprimente, quasi soffocante. Qui il gruppo abbandona per un attimo la velocità forsennata per costruire un’atmosfera marcia e disperata. I riff sembrano avanzare come macerie che crollano, mentre la voce di Connelly assume un tono ancora più amaro. È una fotografia perfetta dell’America pessimista e disillusa della fine degli anni ’80.
Anche la produzione contribuisce enormemente al fascino dell’album. "Survive" non cerca il suono pulito o radiofonico che molte band avrebbero adottato di lì a poco. Le chitarre sono ruvide, il mix è asciutto, la batteria mantiene un impatto quasi live e il basso di Lilker resta sempre vivo sotto la superficie. Tutto suona reale, sudato, urgente. È un disco che conserva intatta l’anima underground del thrash.
Non sorprende che, proprio per queste caratteristiche "Survive" sia diventato un album di culto tra tape-trader, appassionati di fanzine e fan dell’underground più duro. Magari non ha avuto il successo commerciale dei grandi classici della Bay Area, ma possiede qualcosa che molti dischi più famosi hanno perso col tempo: l'autenticità. Non c’è una nota che sembri costruita per piacere al mercato.
Riascoltato oggi, "Survive" mantiene ancora tutta la sua forza distruttiva. Non suona nostalgico, non suona “innocuo” come certi vecchi album thrash trasformati ormai in reliquie da museo. Suona ancora arrabbiato, ancora sporco, ancora vivo.
E forse è proprio questo il segreto del disco: mentre tanti gruppi cercavano di diventare più grandi, i Nuclear Assault continuavano semplicemente a essere più pericolosi.
Non sarà il disco più famoso del thrash americano, ma è sicuramente uno di quelli che ne rappresentano meglio la rabbia vera.
JOE PRIVITERA

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