"Cause Of Death" degli Obituary è un corpo che non ha finito di decomporsi, e che continua ad emanare suono come se la morte fosse un processo ancora in corso, non un punto d’arrivo. Non c’è estetica qui, c’è materia organica che marcisce e diventa musica. Siamo nel 1990, dentro la scena della Florida, dove il death metal non è ancora un genere definito con precisione, ma una forma di sopravvivenza sonora estrema, sporca, senza igiene emotiva.
"Cause of Death" non concede nulla. Non alleggerisce, non apre spiragli. Ogni brano è un blocco compatto di peso che non si muove verso di te, ma ti schiaccia lentamente, come se il tempo stesso avesse deciso di diventare una massa unica e opprimente.
Brani come “Infected”, “Chopped In Half”, “Dying”, “Circle Of The Tyrants” (cover dei Celtic Frost), “Find The Arise”, “Memories Remain” e soprattutto “Cause Of Death” non sono composizioni, sono condizioni fisiche. Non li ascolti, li subisci. I riff non evolvono, insistono. Si ripetono come un processo biologico incontrollabile, come qualcosa che non vuole finire. Ogni rallentamento è un cedimento strutturale, ogni ripartenza è solo un altro strato di fango che si accumula sopra il precedente.
La title track “Cause Of Death” è il punto più freddo del disco: non racconta nulla, certifica tutto. È una diagnosi senza corpo vivo, una constatazione scritta dopo che tutto è già successo.
Poi c’è la voce di John Tardy, che non appartiene più alla categoria del canto. È un’emissione che sembra arrivare da un organismo che ha superato il limite della vita, eppure non ha ancora smesso di reagire. Non articola parole, le sputa fuori come residui. È una presenza che non interpreta, invade. Non c’è controllo, solo emergenza biologica trasformata in suono.
Il resto della band costruisce attorno a questo una struttura senza via d’uscita. Le chitarre sono muri saturi, senza spazio interno, pieni fino a scoppiare. La batteria non accompagna, insiste come un meccanismo che continua a funzionare anche dopo la fine della funzione. Il basso non sostiene: trascina verso il fondo tutto ciò che tocca.
Il contesto della Florida è fondamentale perché lì, in quegli anni, il death metal non è ancora un linguaggio codificato ma una sperimentazione estrema al limite del tollerabile. Gli Obituary scelgono una direzione diversa da molti contemporanei: non accelerano, rallentano fino quasi a fermare il tempo. Non cercano complessità, cercano peso puro, densità, oppressione costante.
"Cause Of Death" rimane così un disco che non rappresenta la morte: la prolunga, la rende ambiente stabile, condizione permanente. Non ha inizio e non ha davvero fine. Quando smette, non c’è sollievo. Rimane solo il residuo, come dopo una sepoltura fatta male.
JOE PRIVITERA

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