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PANTERA "THE GREAT SOUTHERN TRENDKILL" (1996)

“The Great Southern Trendkill” anno domini 1996: un disco che, già dal titolo volutamente provocatorio, si presenta come uno dei capitoli più estremi, cupi e divisivi della loro carriera.

Quando arriva questo album, i Pantera sono già una forza dominante del groove metal, grazie ai successi di “Cowboys from Hell” e “Vulgar Display of Power”. Proprio per questo, le aspettative sono altissime. Però la band decide di non ripetersi ed anzi di spingere ancora più in là il lato aggressivo, rabbioso e psicologicamente instabile del proprio sound. Il risultato è un disco meno “immediato” rispetto ai precedenti, più frammentato e spigoloso, registrato anche in un periodo di forti tensioni interne, con parte delle registrazioni vocali di Phil Anselmo fatte a distanza dal resto della band.

Il contesto è fondamentale: metà anni ’90, il metal tradizionale sta perdendo centralità nelle classifiche, il grunge ha già cambiato il panorama musicale e il pubblico è più diviso. In questo clima, un disco come questo appare quasi “fuori tempo massimo”, o comunque volutamente ostile alla facilità di ascolto.

Brani come “The Great Southern Trendkill” incarnano perfettamente questa filosofia: riff taglienti, voce lacerata, un senso generale di caos controllato che sembra voler respingere l’ascoltatore invece di accoglierlo. È un manifesto di rabbia contro l’industria musicale e contro le mode del momento.

Con “Drag the Waters”, invece, emerge un groove più riconoscibile, quasi una continuazione del lavoro precedente della band, ma con una vena più oscura e paranoica. Il pezzo è spesso considerato uno dei più solidi del disco proprio perché riesce a bilanciare aggressività e struttura.

Poi c’è “Floods”, che rappresenta quasi l’altro lato della medaglia: più lenta, atmosferica, quasi drammatica. È uno dei momenti più sorprendenti della loro discografia, con un assolo finale di Dimebag Darrell che molti considerano tra i più emotivi e intensi mai registrati dalla band. È una canzone che rompe completamente con l’idea del Pantera solo “violenza sonora”, mostrando invece profondità e malinconia.

All’uscita, però, il disco non viene accolto particolarmente bene come i precedenti. Molti fan lo trovano troppo cupo, disomogeneo, meno immediato. Alcuni lo vedono addirittura come un passo indietro rispetto alla compattezza di “Vulgar Display of Power”. La critica è divisa: da una parte viene riconosciuto il coraggio di sperimentare e di estremizzare il sound, dall’altra viene percepito come un lavoro difficile da assimilare e meno coeso.

Con il tempo, però, la prospettiva cambia radicalmente. “The Great Southern Trendkill” viene sempre più rivalutato come uno dei dischi più sinceri, estremi e “non compromessi” della band. Proprio quella sua natura spigolosa, inizialmente vista come un difetto, diventa il suo punto di forza: è un album che non cerca di piacere, ma di esprimere un momento preciso e turbolento della band.

Non ha forse la stessa immediatezza di “Cowboys from Hell” o la stessa compattezza iconica di “Vulgar Display of Power”, ma compensa con una profondità emotiva e una radicalità che lo rendono unico nella loro discografia. È un lavoro che richiede tempo, attenzione e anche una certa disponibilità ad entrare nel suo lato più oscuro.

In definitiva, “The Great Southern Trendkill” è uno di quei dischi che dimostrano come i Pantera non siano interessati a restare fermi sulla loro formula vincente, ma a spingerla fino al limite, anche a costo di spiazzare parte del loro pubblico. Oggi è giustamente considerato un capitolo fondamentale della loro storia, e uno dei più intensi esempi di metal degli anni ’90.

JOE PRIVITERA 

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