Ci sono album che vengono pubblicati. E poi ci sono album che arrivano come manifesti, come dichiarazioni di esistenza, come monumenti eretti contro il tempo e contro l'oblio.
"Grand Serpent Rising" appartiene a questa seconda categoria.
Non perché rivoluzioni il linguaggio dei Dimmu Borgir. Non perché voglia reinventare il black metal sinfonico. Ma perché possiede una qualità molto più rara: la consapevolezza della propria grandezza.
Da oltre tre decenni i Dimmu Borgir vivono in una posizione unica. Sono stati osannati, detestati, imitati, accusati, celebrati e continuamente messi sotto processo. Hanno assistito alla nascita e alla scomparsa di intere generazioni di gruppi. Hanno visto cambiare il volto del metal estremo più volte. Eppure sono ancora qui.
E forse è proprio questa permanenza a disturbare qualcuno.
Perché la storia del gruppo è una smentita vivente di molte convinzioni che una parte della scena ha cercato di difendere per anni. Secondo alcuni, il black metal avrebbe dovuto restare confinato nell'underground. Secondo altri, ambizione e autenticità sarebbero incompatibili. Secondo altri ancora, il successo sarebbe inevitabilmente sinonimo di compromesso.
I Dimmu Borgir hanno demolito tutte queste teorie semplicemente continuando ad esistere.
"Grand Serpent Rising" nasce da questa consapevolezza.
Non è il disco di una band che cerca conferme.
È il disco di una band che guarda la propria eredità negli occhi e decide di aggiungere un altro capitolo.
Fin dalle prime battute si percepisce una sensazione quasi imperiale. Ogni arrangiamento sembra progettato per ampliare lo spazio attorno all'ascoltatore. Ogni melodia contribuisce alla costruzione di un mondo sonoro vasto, oscuro e solenne. Non c'è fretta. Non c'è ansia di dimostrare qualcosa. C'è soltanto il controllo assoluto dei propri mezzi.
"Ascent" incarna perfettamente questa filosofia. È una cavalcata maestosa che unisce aggressione e grandiosità con una naturalezza impressionante. La band non corre dietro alla violenza per impressionare: la domina, la modella e la trasforma in uno strumento narrativo.
Con "Ulvgjeld & Blodsodel" emerge invece la dimensione più ancestrale dell'album. Qui i Dimmu Borgir sembrano evocare ombre antiche, costruendo un'atmosfera che riesce ad essere contemporaneamente feroce e sacrale. È il tipo di composizione che ricorda perché il gruppo abbia sempre avuto un rapporto più vicino alla visione cinematografica che non alla semplice scrittura di canzoni.
Poi arriva "Shadows Of A Thousand Perceptions", ed il disco raggiunge uno dei suoi vertici emotivi. È un brano che non si limita ad essere ascoltato: avvolge, trascina, assorbe. Le sue atmosfere sembrano espandersi ben oltre la durata della traccia stessa, lasciando dietro di sé una scia di malinconia, grandezza e inquietudine.
Ma il vero cuore di "Grand Serpent Rising" non si trova in una singola canzone.
Si trova nel suo significato.
Perché questo album rappresenta qualcosa che va oltre la musica.
Rappresenta la vittoria della perseveranza sull'ostilità.
Per anni i Dimmu Borgir sono stati trattati come un'anomalia da correggere. Troppo sinfonici per i puristi. Troppo estremi per il grande pubblico. Troppo teatrali per chi pretendeva rigidità ideologica. Troppo grandi per chi riteneva che il successo fosse una forma di tradimento.
Eppure, mentre le accuse cambiavano volto, la band continuava a costruire il proprio percorso.
Disco dopo disco.
Tour dopo tour.
Decennio dopo decennio.
Fino a raggiungere una posizione che ormai nessuna polemica può realmente scalfire.
Perché il tempo è il giudice più severo di tutti.
E il tempo ha già pronunciato il suo verdetto.
Oggi i Dimmu Borgir non sono semplicemente una band importante.
Sono un'istituzione.
Una delle pochissime realtà del metal estremo capaci di evocare immediatamente un immaginario, un suono e una personalità riconoscibili tra mille.
Ed è proprio per questo che "Grand Serpent Rising" colpisce così profondamente.
Perché non è il suono di un gruppo che cerca di restare rilevante.
È il suono di un gruppo che sa di esserlo già.
Alla fine dell'ascolto resta una sensazione quasi rara nel panorama contemporaneo: quella di aver assistito all'opera di artisti che non inseguono il presente, ma dialogano direttamente con la propria leggenda.
E quando una band raggiunge questo livello, le polemiche diventano rumore di fondo.
La musica, invece, resta.
E continua ad innalzarsi.
Come il grande serpente del titolo.
Immenso.
Silenzioso.
Inarrestabile.
"Grand Serpent Rising" non è soltanto un grande disco dei Dimmu Borgir. È la dimostrazione che la vera grandezza non consiste nel mettere tutti d'accordo, ma nel lasciare un segno così profondo da non poter essere mai ignorati. Dopo oltre trent'anni, i Dimmu Borgir continuano a farlo meglio di chiunque altro, o quasi.
JOE PRIVITERA

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