Passa ai contenuti principali

QUEENSRYCHE "EMPIRE" (1990)

 

Quando i Queensrÿche pubblicano “Empire” nel 1990, si trovano in una posizione particolare. Da una parte c'è il prestigio conquistato con “Operation: Mindcrime”, considerato già allora un capolavoro del progressive metal; dall'altra la necessità di proseguire il proprio percorso artistico senza ripetersi. Il risultato è un album che riesce nell'impresa più difficile: evolvere il proprio linguaggio mantenendo intatta l'identità della band. Eppure, proprio questo successo creativo viene frainteso da una parte della critica e di alcuni fan, che liquidano “Empire” come una svolta radiofonica e commerciale.
A distanza di anni, quel giudizio appare riduttivo ed ingeneroso. Certo, le melodie sono più immediate ed alcuni brani possiedono una capacità comunicativa superiore rispetto al passato, ma questo non significa che i Queensrÿche abbiano sacrificato la propria profondità artistica. Al contrario, “Empire” rappresenta il momento in cui la band riesce a fondere complessità, eleganza e accessibilità in una forma praticamente perfetta. Non è un disco che abbassa il livello della proposta musicale: è un disco che riesce a rendere sofisticata la semplicità apparente.
Il contesto storico è importante. Siamo nel 1990, l'ultimo grande anno dell'epoca aurea dell'hard rock e dell'heavy metal, prima che il grunge cambi radicalmente il panorama musicale. Molte band cercano di rincorrere il successo con formule sempre più prevedibili, mentre i Queensrÿche scelgono una strada diversa. Conservano intelligenza compositiva, testi maturi ed una forte personalità, riuscendo però a scrivere canzoni che parlano ad un pubblico più vasto senza perdere credibilità.
Un ruolo fondamentale nel successo dell'album lo gioca il produttore Peter Collins. Il suo lavoro dietro la consolle è semplicemente eccezionale. La produzione di “Empire” è una delle più impressionanti dell'intero decennio: potente ma raffinata, ricca di dettagli ma mai fredda o artificiale. Ogni strumento trova il proprio spazio in un equilibrio sonoro quasi perfetto. Le chitarre brillano con una nitidezza incredibile, il basso possiede profondità e presenza, la batteria ha un impatto formidabile e la voce emerge con una chiarezza cristallina. È uno di quei rari casi in cui la produzione non si limita a valorizzare le canzoni, ma contribuisce direttamente a renderle immortali.
Anche la line-up attraversa uno dei momenti più felici della propria storia. Chris DeGarmo si conferma un autore straordinario, capace di scrivere melodie memorabili senza rinunciare alla raffinatezza. Michael Wilton aggiunge potenza e carattere con il suo stile chitarristico sempre incisivo. Eddie Jackson e Scott Rockenfield costruiscono una sezione ritmica impeccabile, precisa e dinamica, che sostiene ogni brano con eleganza e forza. Al centro di tutto, però, c'è Geoff Tate.
La prestazione di Geoff Tate su “Empire” è semplicemente sensazionale. La sua voce possiede potenza, controllo, estensione ed espressività in misura rara. Riesce ad essere aggressivo quando serve, delicato nei momenti più introspettivi e sempre incredibilmente coinvolgente. Ogni interpretazione trasmette emozione autentica e contribuisce a dare unità a un album già straordinario sotto il profilo musicale. Molti cantanti metal dell'epoca possiedono grandi mezzi tecnici, ma pochi riescono ad unire tecnica ed interpretazione come il Tate dil questo periodo.
Dal punto di vista dei contenuti, “Empire” è molto più profondo di quanto la sua fama di album di successo possa far pensare. I Queensrÿche affrontano temi sociali e umani importanti, parlando di criminalità, alienazione, disuguaglianze, ricerca di identità e fragilità emotive. Sono argomenti trattati con intelligenza e sensibilità, lontani dagli stereotipi che spesso caratterizzano parte della scena hard rock dell'epoca.
La title track “Empire” è l'esempio perfetto di questa maturità. Costruita su un riff possente e su arrangiamenti impeccabili, affronta il tema del traffico di droga e delle sue conseguenze sociali con grande efficacia narrativa. È un brano che dimostra come la band sia ancora perfettamente in grado di coniugare contenuto e impatto musicale.
Con “Jet City Woman” emerge invece il lato più melodico ed emotivo del gruppo. È una canzone di straordinaria eleganza, nella quale ogni elemento, dalle chitarre alla voce, contribuisce a creare un'atmosfera intensa e coinvolgente. La sua immediatezza non è un segno di semplificazione, ma la dimostrazione di quanto i Queensrÿche siano diventati maestri nella scrittura.
Infine c'è “Silent Lucidity”, il brano che più di ogni altro alimenta le accuse di commercializzazione. Eppure basta ascoltarla senza pregiudizi per comprendere quanto sia distante da qualsiasi operazione costruita a tavolino. L'arrangiamento orchestrale, la crescita emotiva della composizione, e l'interpretazione magistrale di Geoff Tate la rendono una delle ballate più raffinate e toccanti degli anni Novanta. Il suo successo non è il risultato di una concessione al mercato, ma della sua straordinaria qualità.
La vera grandezza di “Empire” sta proprio nella sua capacità di essere accessibile senza essere banale, ambizioso senza essere pretenzioso, tecnico senza risultare freddo. È un album che suona enorme, elegante e vivo dall'inizio alla fine. Un'opera che dimostra come il successo commerciale e l'integrità artistica non siano necessariamente in conflitto.
Oggi, a oltre tre decenni dalla sua uscita, “Empire” continua a rappresentare uno dei vertici assoluti della carriera dei Queensrÿche ed uno dei migliori album hard rock e progressive metal mai realizzati. Un disco nato dall'incontro tra musicisti straordinari, un cantante in stato di grazia e la produzione magistrale di Peter Collins. Non una deviazione commerciale, ma il trionfo di una band che ha raggiunto la piena maturità artistica e che, per un momento irripetibile, riesce a trasformare il talento in qualcosa di vicino alla perfezione.




















JOE PRIVITERA

Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...