Nel 1993 il progressive metal è ancora soltanto "un'idea". Che però sta per prendere forma, corpo, e consenso. Troppo presto perché "Images And Words" sparga le proprie spore infettive per il pianeta, ma molti dimenticano che, prima di quella indiscutibile pietra angolare, i Dream Theater avevano già pubblicato un certo "When Dream And Day Unite". Era il 1989, ed in Italia soltanto "il solito" Beppe Riva, col suo fiuto pressoché infallibile, aveva capito che qualcosa di grande stava per accadere. Gli altri, come sempre, sarebbero venuti "dopo", ovvero a conti fatti. C'è poco da "riscrivere la storia dell'hard'n'heavy", come leggo a volte sulle pagine di qualche buontempone: sarebbe sufficiente l'umiltà necessaria di documentarsi ed andare a rileggere quanto fu scritto da certe penne illuminate. Per inciso, toccò ad un certo Trombetti magnificare "Punishment For Decadence" dei Coroner, giusto per fare un esempio: non occorre che, nel 2026, qualcuno reclami alcun merito di investimento postumo sulla grandezza del terzetto svizzero. Basterebbe sfogliare un Metal Shock d'epoca. Threshold sono un sestetto britannico che elegge NWOBHM e prog rock a fulcri esistenziali, evidentemente folgorati in egual misura da eroi "silenziosi" quali White Spirit e Saracen, ma anche dalla grande tradizione di Genesis, ELP e, perché no, Marillion. E sebbene gli inizi li raccontino alle prese quale cover band di gruppi come Testament o Ratt, l'ingresso del cantante Damian Wilson, ma soprattutto del tastierista Richard West, ne determina immediatamente le peculiarity sorti artistiche. Fates Warning, Queensryche, Crimson Glory o Heir Apparent avevano già dimostrato che si poteva suonare HM con una struttura compositiva dalle caratteristiche complesse ed articolate, ma è solo l'avvento dei Dream Theater a spostare l'asticella più in alto. Con le tastiere di Kevin Moore decisive quasi quanto la chitarra di John Petrucci, cambi di riff e di ritmo che diventano "normalità", ed un cantato che sfida le regole. Threshold, consciamente od inconsciamente, si propongono al pubblico quando tutto ciò è stato sviscerato dal formidabile quintetto di New York. Poi, che il loro background sia incontestabilmente molto più "europeo" che americano, è un dato di fatto che, francamente, poco importa all'ascoltatore medio. "Wounded Land" suona infatti nettamente più "statico" e statuario rispetto alle arzigogolate trame ritmiche impostate dal duo Portnoy/Myung, inglobando atmosfere di carattere orientaleggiante che sottintendono le trame di canzoni quali "Consume To Live", "Days Of Death" e "Siege Of Baghdad"; quest'ultima, chiaramente scritta con gli occhi ancora ammorbati dalle news sulla prima Guerra del Golfo. "Sanity's End", con i suoi dieci minuti di durata, puntualizza il decisivo apporto di West ai sintetizzatori, e rappresenta forse l'episodio più vicino ai succitati Dream Theater. "Paradox" e "Mother Earth" sfiorano il pomp rock più roccioso, con la teatrale voce di Wilson che affronta senza timore delicati argomenti di impatto ambientale, sfidando l'impatto dei tasti d'avorio in un crescendo irresistibile. "Surface To Air" parte come una delicata ballad in Marillion style, per poi innescare un guitar picking che ricorda tanto da vicino il George Lynch (e quindi i Dokken) di "It's Not Love": pezzo incredibile ancora oggi, sinceramente. Chiude in bellezza la delicata melodia di "Keep It With Mine", struggente e nostalgica ballad di breve durata, posta quasi come oasi di pace alla fine di tanta miseria umana. Questa "Terra Ferita" rimane, a parere di chi scrive, uno degli esordi più convincenti degli anni '90, nonché il picco mai più eguagliato dagli stessi Threshold. Nonostante, è doveroso sottolinearlo, una discografia di qualità media elevatissima.
ALESSANDRO ARIATTI

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