L'avevo già scritto due anni fa, all'uscita dello splendido "=1", che il chitarrista Simon McBride riportava finalmente nei Deep Purple quel tocco hard rock che tanto era mancato ai tempi di Morse. Senza voler mancare di rispetto al sublime Steve, il gruppo necessitava infatti di una "manualità" più decisa, perché il percorso simil-Bolin dell'ex Dixie Dregs aveva esplorato ormai tutto ciò che era possibile in album come "Purpendicular" (1996), il sottovalutato "Bananas" (2003: in realtà sublime per scrittura ed esecuzione formale), e durante il periodo della rinascita commerciale sotto la guida di Bob Ezrin. Il produttore riportava infatti i DP a quote più "normali" di popolarità, grazie ai vari "Now What?!", "Infinite" e "Whoosh", il cui unico difetto era rappresentato da una sovrabbondanza di brani che poteva essere limato in fase di pubblicazione. Gillan e Glover sono concordi nel dire che la band non è mai stata così vicina al classico suono 70's, ma questa è una considerazione che, ripeto, era palese già nel 2024 in occasione di "=1". Almeno agli occhi ed ai padiglioni auricolari di chi conosce i Purple sul serio, e non soltanto per aver sfogliato le pagine di Wikipedia. McBride è manna dal cielo, ed infiamma anche la fantasia esecutiva di Don Airey, così come era accaduto in "Portable Door", "Lazy SOD" ed "A Bit On The Side", che fanno ancora orgogliosamente parte della live setlist attuale del gruppo. Stavolta tocca ai primi due singoli "Arrogant Boy" e "Diablo" evocare il simulacro del periodo "Fireball"/"Machine Head": e se ovviamente l'ugola di Gillan non può assolutamente competere con l'esplosività dell'epoca d'oro (sono passati cinque decenni!), bisogna nuovamente ammettere che "quel" sound sarebbe riconoscibile tra migliaia. Così come la timbrica di Ian. Quando sento frasi tipo "eh, ma la voce" eccetera eccetera, sinceramente mi cadono le braccia: in età (81 anni) da casa di riposo, il singer inglese gira ancora il mondo e si diverte a comporre nuova musica. Peraltro a ritmi serrati, quando invece band molto più "giovani" preferiscono rifugiarsi nella comfort zone di tour celebrativi relativamente a questo o quel disco. Avendoci lavorato assieme sul suo cd solista "One Of A Kind", Don Airey è sicuramente il componente del gruppo che conosce meglio Simon McBride. Lo paragona addirittura a Gary Moore, ed in effetti il parallelismo potrebbe essere azzeccato, soprattutto in brani dal sapore celtico quali "Sacred Land" e "Jessica's Bra". Essendo appunto irlandese, il chitarrista avrà probabilmente innescato qualche input trasformatosi automaticamente in output. Airey non è mai stato uomo soltanto da Hammond, ma prevalentemente da synth, sia nei Rainbow che con Ozzy Osbourne: chi può dimenticare la leggendaria intro di "Mr. Crowley", giusto per citare un episodio? Anche negli stessi Deep Purple, Don ha spesso optato per un'architettura sonora più "light" rispetto all'organo puro di Jon Lord. "Splat!" è probabilmente l'album in cui il suo contributo si concentra maggiormente sul recupero stilistico del compianto tastierista britannico. Ed in tal senso, non credo che l'ingresso di McBride rappresenti una coincidenza. L'inquietante "The Lunatic" e la maestosamente malinconica "The Only Horse In Town" ne definiscono il testamento. Con "Guilt Trippin" tocca invece a Gillan inventarsi una linea vocale fuori dall'ordinario, per intonazione ed inaspettata aggressività. Tredici brani sono probabilmente troppi, ed i Deep Purple si confermano di nuovo convinti rappresentanti del "meglio abbondare che deficere". Una scelta da rispettare, ma non necessariamente da condividere, almeno per quanto mi riguarda. Eppure, se volete ascoltare un disco di vero hard rock, "quello di una volta" per usare una terminologia terra terra, allora faccio fatica ad individuare qualcuno di più credibile e convincente. Se "Splat!" valga "=1" oppure no, sarà solamente il tempo a deciderlo: ma di certo siamo davanti ad un'opera di grande valore. L'ennesima. ALESSANDRO ARIATTI
Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...


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