Imperterriti, proseguiamo il nostro personale ripescaggio storico di un'epoca, un periodo, una storia, che ha sempre avuto fans e detrattori in (quasi) egual misura. Chissà se anche oggi, esattamente come allora, certi gruppi, certi dischi, certi suoni, accenderanno dibattiti ed argomentazioni valide. Ne dubitiamo, visto l'appiattimento intellettuale da tifoseria social, ma noi, nel nostro piccolo, ci proviamo. Avanti con la seconda carrellata di nomi e titoli, dunque. Buon viaggio e buona lettura.
THE BIG THING
GRAVE DIGGER
Ci sono album che rappresentano semplicemente un nuovo capitolo nella carriera di una band ed altri che, invece, segnano un punto di svolta destinato a cambiare tutto. "Heart Of Darkness", pubblicato nel 1995, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. È un disco che nasce in un periodo di trasformazione per i Grave Digger, una formazione ormai temprata da anni di battaglie nel panorama heavy metal europeo e pronta a forgiare una nuova identità artistica. È proprio da qui che inizia la nuova era dei Grave Digger, quella che porterà la band a costruire uno stile sempre più epico, teatrale ed inconfondibile, destinato a consacrarla definitivamente tra i grandi nomi dell'heavy metal tedesco.
"Heart Of Darkness" è il suono di un esercito che marcia compatto sotto un cielo plumbeo. È acciaio che si scontra contro l'acciaio, è il fragore delle armature, il ruggito della battaglia e il peso delle tenebre che avvolgono ogni nota. La produzione, più potente e moderna rispetto al passato, dona alle chitarre una forza devastante, mentre la sezione ritmica costruisce un muro sonoro impenetrabile, sul quale si erge la voce graffiante ed autoritaria di Chris Boltendahl. La sua interpretazione non è soltanto cantata: è proclamata come un giuramento di guerra, come l'ordine impartito da un condottiero prima dell'ultima carica.
Le composizioni mostrano una band ormai consapevole dei propri mezzi. I riff sono taglienti, i ritornelli possenti ed immediati, gli assoli impreziosiscono ogni brano senza mai perdere di vista la compattezza dell'insieme. Tutto è costruito per trasmettere forza, oscurità e determinazione, creando un'atmosfera che accompagna l'ascoltatore dall'inizio alla fine senza concedere tregua.
"Heart Of Darkness" è il manifesto dell'album. Oscura, intensa e maestosa, racchiude tutta la filosofia del disco, alternando passaggi carichi di tensione ad esplosioni di pura potenza. È il cuore pulsante dell'opera, il simbolo di una band che guarda avanti senza dimenticare le proprie radici.
Con "Warchild" i Grave Digger scatenano invece una vera offensiva sonora. Il ritmo serrato, i riff micidiali ed il ritornello trascinante trasformano il brano in un autentico inno di battaglia, uno di quei pezzi che incarnano perfettamente lo spirito combattivo della band.
Infine "Circle Of Witches" aggiunge una dimensione ancora più oscura e inquietante. Le atmosfere si fanno dense, quasi rituali, mentre la melodia si intreccia con una potenza devastante, dimostrando come il gruppo sia ormai capace di unire aggressività, epicità e grande perizia compositiva.
Ciò che rende "Heart Of Darkness" così importante non è soltanto la qualità delle sue canzoni, ma il ruolo che ricopre nella storia dei Grave Digger. Qui il gruppo getta le fondamenta della propria rinascita artistica. Le sonorità diventano più compatte, l'approccio compositivo più maturo, e l'immaginario epico inizia ad assumere un ruolo centrale. È il disco che apre la strada ai grandi lavori che seguiranno, segnando l'inizio di una fase straordinaria destinata a lasciare un'impronta profonda nella storia della band.
A distanza di anni, "Heart Of Darkness" conserva intatta tutta la sua forza. Non è soltanto un album di heavy metal: è una dichiarazione di guerra, una marcia trionfale attraverso le ombre, un'opera che dimostra come i Grave Digger abbiano saputo trasformare esperienza, determinazione e passione in un'arma inarrestabile. Un disco possente, oscuro e glorioso, che ancora oggi risuona come il corno di un esercito pronto a conquistare il campo di battaglia.JOE PRIVITERA
Quando esce "Tunes Of War", i Grave Digger sono già in grande spolvero. Non solo il comeback ha già prodotto due album deluxe come l'arrembante "The Reaper" ed il più oscuro/ragionato "Heart Of Darkness", ma nel frattempo arriva anche il grande cinema ad accendere la fantasia di Chris Bolthendal e compagni. Succede infatti che, nel 1995, esce sui grandi schermi il kolossal Braveheart, che racconta la storia di William Wallace e degli indipendentisti scozzesi. Un tema, quello della libertà ottenuta a suon di clangori di spada, da sempre molto caro all'iconografia ed all'immaginario HM. La band tedesca vi costruisce attorno il primo concept della propria carriera, ed il risultato è pressoché clamoroso. L'asprezza della voce di Bolthendal viene intervallata da cori guerreschi, le cornamuse si ritagliano il proprio spazio come se risuonassero tra le highlands, e "Rebellion (The Clans Are Marching)" è destinata ad essere ricordata come il più grande anthem nella storia del gruppo e del "power 90's" in generale. Non è (fortunatamente) ancora tempo dei conflitti a suon di droni pilotati da Sabaton e compagnia: qui il corpo a corpo si avverte, si sente, si vive. Bagpipers still play the tunes of war, after 30 years! ALESSANDRO ARIATTI
HELLOWEEN
"THE TIME OF THE OATH" (1996) "Master Of The Rings" riaccende la voglia di "zucca" dopo l'indigestione stilistica onnivora (ma sgradita ai più) di "Chameleon". Quando gli Helloween annunciano il nuovo album "The Time Of The Oath" ad inizio 1996, le redazioni dei vari magazine fanno infatti a gara per accaparrarsi l'anteprima della cassetta promozionale. Io fui uno dei pochi fortunati a riceverla, e non esitai un secondo a proporlo (o imporlo?) come top album per uno dei due Metal Shock di febbraio. Alcuni mi rimproverano, ancora oggi a distanza di 30 anni, un'eccessiva benevolenza nei suoi confronti, soprattutto per via di quel mix "impastato" ed un pò confusionario di Tommy Hansen. Sarà, ma personalmente continuo a considerare quel disco come una delle opere più complete e variegate nella storia degli Helloween. Almeno fino al momento della sua uscita. C'è il loro classico speed melodico ("We Burn", "Kings Will Be Kings"), l'HM epico alla Dio ("Wake Up The Mountain" e la title-track), ma anche il momento scanzonato e godereccio (l'irresistibile singolo "Power"). Tuttavia è difficile dimenticare il 70's sound di "If I Knew", con tanto di organo vintage, oppure la fatata ballad in perfetto Deris-style "Forever And One". Un disco che, per quanto mi riguarda, non ha perso un grammo del peso specifico guadagnato all'epoca. Anzi. ALESSANDRO ARIATTI
"BETTER THAN RAW" (1998)
Ci sono album che rappresentano una semplice evoluzione, ed altri che segnano il momento in cui una band raggiunge la propria maturità definitiva. "Better Than Raw" appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria. Pubblicato nel 1998, arriva in un periodo fondamentale della storia degli Helloween. Dopo anni difficili, cambi di formazione e critiche, la band ha ritrovato credibilità e ispirazione con "The Time of the Oath", un disco che riporta entusiasmo tra i fan e dimostra che il gruppo rimane ancora una forza assoluta del power metal mondiale. Ma è con l'album successivo che gli Helloween compiono il salto definitivo.
Invece di ripetersi, la band decide di spingersi oltre. Il risultato è un album più pesante, più oscuro, più tecnico e più aggressivo, senza però rinunciare alle melodie irresistibili che hanno reso celebre il loro nome. "Better Than Raw" è un disco che colpisce fin dal primo ascolto e cresce continuamente con il passare del tempo, rivelando dettagli, arrangiamenti e sfumature che testimoniano una gamma compositiva impressionante.
Gran parte del merito va ad una line-up semplicemente straordinaria. Andi Deris è ormai il leader carismatico della band, ed offre probabilmente la migliore performance della sua carriera con la "maglia" Helloween. La sua voce passa con incredibile naturalezza da momenti aggressivi a melodie emozionanti, dimostrando una versatilità ed una personalità uniche. Chi ancora lo considera soltanto il sostituto di Michael Kiske, con questo disco è costretto ad arrendersi all'evidenza: Deris non è più il "nuovo cantante", è semplicemente la voce degli Helloween di questa straordinaria fase della loro carriera.
Alle chitarre, Michael Weikath e Roland Grapow raggiungono un'intesa perfetta. I riff sono potenti, gli assoli ispirati, gli intrecci melodici raffinati e mai banali. Ogni brano è costruito con gusto ed intelligenza, alternando velocità, tecnica ed emozione senza mai perdere equilibrio. Markus Grosskopf, come sempre, garantisce un basso presente e pulsante che sostiene ogni composizione con grande personalità, mentre Uli Kusch realizza una prestazione semplicemente devastante. La sua batteria è precisa, esplosiva e creativa, in grado di imprimere unicità all'intero album.
Tre brani rappresentano perfettamente l'anima di questo capolavoro.
"Push" è un'apertura devastante. Un autentico assalto sonoro fatto di riff taglienti, ritmi forsennati ed un'energia che travolge tutto. È la dichiarazione d'intenti della band: gli Helloween non vogliono vivere di nostalgia, vogliono dimostrare di essere ancora capaci di sorprendere e dominare la scena metal con una cattiveria nuova e irresistibile.
Se "Push" rappresenta la forza, "Revelation" è il cuore epico del disco. È una composizione ambiziosa, ricca di cambi di atmosfera, passaggi oscuri, melodie solenni e accelerazioni mozzafiato. Ogni minuto costruisce un viaggio musicale che dimostra quanto la band sia cresciuta come verve compositiva. È uno di quei brani che incarnano perfettamente il significato della parola "epicità".
Infine arriva "Time", una delle canzoni più emozionanti mai scritte dagli Helloween. Qui Andi Deris regala un'interpretazione intensa e profonda, accompagnata da una melodia malinconica che colpisce fin dal primo ascolto. È un finale magnifico, capace di chiudere il disco con eleganza, sentimento ed una straordinaria forza emotiva.
Quello che rende "Better Than Raw" così speciale è il perfetto equilibrio tra passato e futuro. Dentro vi troviamo tutte le caratteristiche che hanno reso grandi gli Helloween: velocità, melodie memorabili, tecnica sopraffina ed enormi ritornelli. Ma, allo stesso tempo, il gruppo introduce un sound più robusto, moderno ed aggressivo, dimostrando coraggio di evolversi senza perdere identità.
Ogni musicista offre una prestazione da fuoriclasse, ogni canzone possiede una propria personalità e l'intero album scorre con una naturalezza sorprendente. Non esistono veri punti deboli: dall'inizio alla fine si respira la sensazione di ascoltare una band nel pieno della propria ispirazione artistica.
Per molti fan questo rimane il vertice assoluto dell'era Andi Deris, e non è difficile capire perché. Se "The Time Of The Oath" aveva segnato il ritorno degli Helloween tra i giganti del power metal, "Better Than Raw" rappresenta il momento della definitiva consacrazione. È il disco in cui tutto funziona alla perfezione: composizioni, interpretazioni, produzione e affiatamento della band si fondono in un'opera praticamente impeccabile.
Ancora oggi, a distanza di tanti anni, "Better Than Raw" conserva intatta tutta la sua forza. Non è soltanto uno dei migliori album degli Helloween: è uno dei massimi esempi di power metal degli anni Novanta, un lavoro monumentale che dimostra come talento, esperienza ed ispirazione possano unirsi per creare un autentico capolavoro. Un disco che non si limita a essere "migliore del grezzo", come suggerisce il titolo: è semplicemente puro acciaio forgiato nel fuoco del metal. JOE PRIVITERA
RUNNING WILD
"PILE OF SKULLS" (1992)
Ci sono dischi che segnano un'epoca ed altri che, semplicemente, ne diventano emblema. "Pile Of Skulls", pubblicato nel 1992, appartiene senza esitazione alla seconda categoria. In un momento storico in cui il panorama musicale sta cambiando radicalmente, con il grunge che monopolizza l'attenzione e l'heavy metal classico viene dato frettolosamente per spacciato, i Running Wild rispondono nel modo più coerente possibile: senza inseguire le mode, senza ammorbidire il proprio suono e senza rinunciare alla propria identità. Anzi, fanno esattamente il contrario. Mettono insieme uno degli album più compatti, maturi ed epici della loro carriera.
Se i lavori precedenti avevano consolidato il marchio di fabbrica della band, "Pile Of Skulls" ne rappresenta la definitiva consacrazione. Qui tutto funziona alla perfezione: la produzione è potente e pulita senza rinunciare all'aggressività, i riff sono taglienti, gli assoli hanno sempre qualcosa da raccontare, e le melodie si stampano nella memoria già dal primo ascolto. È uno di quei dischi che scorrono senza un momento di cedimento, dove ogni brano aggiunge un tassello ad un viaggio che profuma di salsedine, polvere da sparo, leggende e libertà.
Rock'n'Rolf è, come sempre, il timoniere assoluto della nave. La sua voce ruvida ed inconfondibile non ha bisogno di virtuosismi per trasmettere carisma, così come il suo modo di scrivere riff e melodie rappresenta ormai un marchio di fabbrica. Al suo fianco troviamo una line-up semplicemente eccezionale: Axel Morgan, alla seconda chitarra, innesca armonizzazioni ed assoli di grande gusto, Thomas Smuszynski costruisce linee di basso solide e mai banali, mentre le drums di Stefan Schwarzmann offrono una prestazione monumentale, precisa, potente, sempre al servizio delle canzoni. È una formazione affiatata, capace di suonare con una naturalezza impressionante, e di generare uno dei momenti più alti della storia della band.
L'album entra subito nel vivo, con una successione di brani che non toglie il fiato. "Whirlwind" è una cavalcata travolgente, costruita su un riff irresistibile e su un ritornello che invita immediatamente a cantarlo a squarciagola. È uno dei pezzi simbolo dell'album, e rappresenta alla perfezione lo stile dei Running Wild: diretto, potente e incredibilmente epico.
Con "Lead or Gold" la band mostra invece il suo lato più narrativo, costruendo una canzone che unisce velocità, melodia, ed atmosfere da romanzo d'avventura. È proprio questa capacità di raccontare storie attraverso il metal a distinguere i Running Wild da tante altre band dell'epoca. Le loro canzoni non sono semplici esercizi di tecnica: sono viaggi, racconti, immagini che prendono corpo attraverso le chitarre.
Anche il resto dell'album mantiene un livello qualitativo altissimo. Non esistono riempitivi, non ci sono episodi trascurabili. Ogni pezzo possiede una propria identità e contribuisce a rendere "Pile Of Skulls" un disco incredibilmente coeso. La varietà del songwriting impedisce qualsiasi calo di tensione: si passa da cavalcate velocissime a momenti più atmosferici, senza che venga mai a meno la personalità della band.
Tuttavia il vero capolavoro viene riservato per la conclusione del disco.
"Treasure Island" è molto più di una semplice ultima traccia: è una vera e propria opera epica. Ispirata al celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, supera gli undici minuti senza risultare mai pesante o, peggio ancora, prolissa. Ogni sezione è costruita con intelligenza, alternando momenti di tensione, aperture melodiche, accelerazioni e passaggi più riflessivi, in grado di catapultare l'ascoltatore in una straordinaria avventura musicale. È una canzone che dimostra tutta la maturità compositiva raggiunta da Rock 'n' Rolf in quel periodo. Gli assoli dialogano tra loro con eleganza, i riff cambiano continuamente, mantenendo una sorprendente fluidità, ed il crescendo emotivo porta ad un finale che lascia davvero senza fiato. È uno di quei brani che, da soli, valgono il prezzo del "biglietto", e che rappresentano uno dei vertici assoluti: non solo della discografia dei Running Wild, ma dell'heavy metal europeo degli anni Novanta.
Nel 1992 il metal tradizionale attraversa uno dei momenti più complicati della sua storia. Molti gruppi cercano di adattarsi alle nuove tendenze, oppure spariscono lentamente dalle scene. I Running Wild scelgono invece una strada coraggiosa: restano fedeli alla propria visione. E proprio questa coerenza, nei decenni, ha permesso a "Pile Of Skulls" di attraversare il tempo senza perdere un grammo della propria forza. Oggi, ad oltre trent'anni dalla sua uscita, il disco suona ancora fresco, potente e coinvolgente, dimostrando che la qualità autentica non conosce mode.
"Pile Of Skulls" è un album imprescindibile. È heavy metal nella sua forma più pura, impreziosito da un immaginario unico, un melting pot di pirati, avventura, storia e libertà. È un disco che riesce a coinvolgere tanto chi scopre soltanto oggi i Running Wild, tanto quanto chi li segue dagli esordi.
Personalmente, se dovessi scegliere un album per spiegare a qualcuno perché i Running Wild siano diventati una leggenda del metal europeo, probabilmente sceglierei proprio questo. Perché qui c'è tutto: grandi canzoni, una line-up straordinaria, ispirazione ai massimi livelli ed una conclusione semplicemente monumentale con la succitata "Treasure Island", una delle composizioni più belle, emozionanti ed epiche mai scritte da Rock'n'Rolf.
Un autentico capolavoro, insomma: un disco da ascoltare a volume altissimo, immaginando il vento tra le vele, il mare in tempesta ed il Jolly Roger che sventola fiero. JOE PRIVITERA
"BLACK HAND INN" (1995)
Ci sono paesi a cui, della strombazzata "svolta grunge", non è mai fregata un'emerita ceppa. Nel bene e nel male, tra le simpatie e le antipatie, succede che la "resistenza" HM degli anni '90 resta in mano alla Germania, con uno sparuto manipolo di "underdogs" reduci dalla decade precedente. Gente che, per capirsi al volo, ha messo sempre davanti la coerenza e la dignità ad ogni altro discorso. Tra questi ci sono sicuramente i Running Wild, da più parti etichettati come brutte copie di Iron o Judas tramite critici peraltro molto accreditati. È facile, oggi, parlare di una storia che non si è vissuta, ma io ricordo bene le recensioni ad un "Under Jolly Roger" od un "Death Or Glory". Le votazioni non arrivavano alla sufficienza, perché il livello era talmente alto da richiedere standard qualitativi proibitivi. Sarà stata la responsabilità, oppure la fiducia della casa discografica, ma i Running Wild alzano di brutto l'asticella nella prima metà dei Ninities. "Black Hand Inn" è probabilmente l'album emblema del loro stile, una maestosa opera in cui tutte le correnti stilistiche (quella epica e quella anthemica) arrivano ad una quadra perfetta. Ogni traccia meriterebbe una citazione, ma si tratta di un disco talmente grande che, ne sono sicuro, ciascun headbanger conoscerà a menadito. Certo che la titanica chiusura affidata a "Genesis", gigantesca suite metallica, lascia un sigillo finale indimenticabile.
ALESSANDRO ARIATTI







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