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GUIDA AL POWER METAL 90'S: PARTE 1


 
GLI ANNI '90 "SECONDO NOI"

Sono sincero. Per un lungo periodo ho letteralmente ODIATO gli anni '90. Facendo un parallelismo con la vita vissuta, è come quando, dall'età dell'innocenza e della spensieratezza, passi a quella della responsabilità e dei famosi "conti con la realtà". Ci arrivi in mezzo all'improvviso e ti chiedi: ma è proprio necessario? Il fatto è che, nato musicalmente con determinate sonorità, dai per scontato che l'equazione vada avanti per sempre. Niente da fare. Poco importa se, proprio all'inizio di quella decade, iniziai la mia collaborazione con Metal Shock. Non mi piaceva come si era trasformato il mondo dell'heavy metal, e non nascondo che apprezzo di più certi gruppi "alternativi" oggi rispetto ad allora. Li vedevo come fumo negli occhi, come "nemici" di tutto ciò in cui avevo creduto fino ad allora. Patetico? Forse, ma a 25 anni non la pensi come a 57. Almeno nella maggior parte dei casi. In quel periodo molti di noi "reduci" degli 80's si sono aggrappati con le unghie e coi denti al vecchio mondo che ancora "resisteva" (Running Wild, Rage, Grave Digger, Helloween, Gamma Ray). Tuttavia abbiamo anche abbracciato i nuovi esponenti della tradizione (Stratovarius, Elegy, Angra, Kamelot), peraltro con eguale convinzione. In entrambi i casi, si può dire che era oro che colava, e che soltanto oggi ce ne rendiamo conto. Senza nemmeno pensarci troppo. 
ALESSANDRO ARIATTI 


Il power metal degli anni ’90, per me, non è stato solo un genere musicale: è stato un ritorno alla luce, ma anche un ponte naturale verso le radici degli anni ’80, quelle melodie e quell’idea di metal più aperto, più cantabile, più “epico” che in quel periodo aveva già iniziato a prendere forma.
In quell'epoca ho avuto la sensazione che tutto tornasse a respirare. Il metal non si chiudeva, ma si riallacciava proprio a quel modo di intendere la musica che, negli anni ’80 aveva messo al centro la melodia, i ritornelli, l’energia positiva e la voglia di creare qualcosa di grande e immediato allo stesso tempo. Negli anni ’90 tutto questo viene ripreso, ma con una consapevolezza diversa, più matura, più strutturata.
Non era solo questione di velocità o tecnica: era atmosfera. I riff, le armonie e soprattutto i ritornelli sembravano costruiti per aprire scenari, per trasformare ogni canzone in un piccolo mondo. C’era quella sensazione quasi costante di “grandezza”, come se la musica volesse sempre andare oltre i suoi confini.
E poi la voce, spesso altissima e potente, diventava lo strumento principale per dare forma a questa idea: non solo cantare, ma guidare l’immaginazione, portarla più in alto possibile.
Band come gli Helloween sono stati il collegamento più diretto con quella tradizione anni ’80, prendendo quella spinta melodica e trasformandola in qualcosa di ancora più moderno e veloce. Poi i Blind Guardian hanno spinto tutto verso una dimensione più narrativa e profonda, quasi come se ogni album fosse un viaggio completo. In questo stesso solco si inseriscono anche gli Stratovarius, che hanno portato una luce ancora più cristallina e melodica, rendendo il power metal più immediato e “volante”, con un senso di libertà quasi totale. Ed ancora i Kamelot hanno aggiunto un lato maggiormente teatrale ed emotivo, rendendo il tutto immersivo e cinematografico. In parallelo, realtà come Gamma Ray e Angra hanno dato varietà e identità diverse, mantenendo però viva la stessa idea di fondo: la musica come energia ed immaginazione.
Quello che mi resta di quel periodo è soprattutto una sensazione precisa: il collegamento tra due epoche. Da una parte le radici degli anni ’80, dall’altra la nuova forza degli anni ’90. In mezzo, un genere che ha saputo unire tutto questo senza perdere entusiasmo, anzi amplificandolo.
Il power metal degli anni ’90, in fondo, è stato proprio questo: una continuazione naturale di un’eredità musicale, trasformata in qualcosa di nuovo, colorato e ancora oggi capace di riportare alla mente quella sensazione di libertà ed immaginazione totale.
JOE PRIVITERA 


GUIDA ALLA "GUIDA" 

Lungi dal voler rappresentare uno dei classici vademecum pomposi tipo "I 100 migliori dischi" che, francamente, hanno rotto i coglioni, questo articolo si propone soltanto di rievocare un periodo storico. Attraverso i nostri occhi e la nostra memoria, ovviamente. Nessuna pretesa di esaustività, nessun proposito di verità assoluta. Solo passione e, crediamo, competenza nei confronti del genere qui trattato. Divideremo i "big"  dagli "outsiders", ma solo per questioni di visibilità dei rispettivi gruppi, non per ragioni meritocratiche. Buon viaggio, se vi va di intraprenderlo.


THE BIG THING 

ANGRA

"ANGELS CRY" (1993)

Difficile trovare un esordio più perfetto di "Angels Cry". Sull'album sono presenti tutti i crismi e le caratteristiche del power/speed europeo, uniti ad un classicismo probabilmente mai sperimentato dal genere. Merito sicuramente di André Matos, formidabile cantante diplomato in conservatorio, che mette a frutto tutti gli sforzi dei suoi studi. Quasi ogni traccia è diventata iconica, tra "Carry On" e "Time", la title-track e l'incredibile cover di "Wuthering Heights" (Kate Bush) con i suoi impossibili acuti. Kiko Loureiro e Rafael Bitencourt sono la versione "brasilera" della coppia Hansen/Weikath, come dimostrano le sostenute "Evil Warning" e "Streets Of Tomorrow". Tuttavia colpiscono anche le orchestrazioni di "Stand Away", "Never Understand" e della ballad "The Lasting Child", con le divagazioni progressive in bella evidenza. Ripeto, "Angels Cry" sembra tutto tranne che un primo disco, almeno per gli standard post 80's.
ALESSANDRO ARIATTI 

"HOLY LAND" (1996)

Nel 1996 arriva l'opera che allarga la forbice percettiva tra gli Angra e qualunque altra power metal band del periodo. "Holy Land" è un viaggio artistico e spirituale, che interseca il cammino dell'HM con il progressive, del folk sudamericano con strutture neoclassiciste. Matos si conferma un fenomeno di rifinitura vocale, tanto che i suoi gorgheggi travalicano i confini del genere, andando a toccare corde di purezza simil-Steve Perry (vedasi "Deep Blue"). Il risultato è strabiliante, con pezzi entrati nella storia come "Silence And Distance", l'incredibile "Carolina IV" e "Make Believe". La title-track e "The Shaman" spingono sul lato più tribale, "Nothing To Say" e "Z.I.T.O." verso quello prettamente melodic speed, in un melting pot dall'equilibrio talmente perfetto da risultare unico. "Holy Land" è il tipico album che riesce "once in a lifetime", e tanto basterebbe per descriverne la bellezza. 
ALESSANDRO ARIATTI


BLIND GUARDIAN 

"SOMEWHERE FAR BEYOND" (1992)

Con "Somewhere Far Beyond" i Blind Guardian non si limitano a pubblicare un album: costruiscono un mondo. È il 1992, e il power metal europeo sta ancora cercando una sua forma definitiva, ma qui prende improvvisamente vita qualcosa di più grande, più visionario, quasi fuori scala. Questo disco non si ascolta soltanto: si attraversa, come un sentiero notturno che conduce lontano dalla realtà, verso territori fatti di leggenda, guerra e immaginazione.
Fin dalle prime battute si percepisce una band in pieno controllo della propria identità. "Time What Is Time" è un’esplosione di urgenza e potenza, un vortice di riff serrati e melodie che sembrano correre senza respiro, come se il tempo stesso fosse in fuga. È musica che spinge in avanti, che non concede tregua, ma allo stesso tempo costruisce già un senso di epica imminente.
Poi arriva uno dei momenti più iconici non solo dell’album, ma dell’intera storia della band: "The Bard's Song (In the Forest)". Qui tutto si ferma. Il fragore lascia spazio a una nudità emotiva disarmante, fatta di chitarre acustiche e una melodia che sembra antica quanto il racconto stesso. È una canzone che non appartiene più solo ai Blind Guardian: diventa un rito collettivo, una memoria condivisa, qualcosa che vive ogni volta che viene cantata.
Nel resto del disco si alternano furia e immaginazione, come in una saga senza pause. La title track "Somewhere Far Beyond" è il culmine: un viaggio finale che non chiude semplicemente l’album, ma lo trasforma in leggenda. È la sensazione di aver attraversato battaglie, foreste, miti, e di uscirne cambiati.
"Somewhere Far Beyond" è questo: non una semplice raccolta di brani, ma una porta aperta su un altrove in cui la musica diventa racconto, e il racconto diventa esperienza. Un album che non invecchia perché non appartiene a un’epoca: appartiene all’immaginazione.   
JOE PRIVITERA

"IMAGINATIONS FROM THE OTHER SIDE" (1995)

Ci sono album che segnano un'epoca ed altri che riescono addirittura a cambiarla. "Imaginations From The Other Side", pubblicato nel 1995, appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria. I Blind Guardian prendono tutto ciò che avevano costruito fino a quel momento e lo trasformano in qualcosa di più grande, più ambizioso e infinitamente più maturo, dando vita ad uno dei vertici assoluti del power metal europeo.
Il disco rappresenta una svolta epocale per il genere. L'energia dello speed metal si fonde con arrangiamenti maestosi, cori monumentali, melodie indimenticabili ed un'atmosfera oscura ma fiabesca, che pochi album hanno saputo ricreare. È un lavoro che ridefinisce gli standard del power metal, dimostrando che il genere può essere tecnico, epico, emozionante e narrativamente coinvolgente, senza perdere un grammo della sua potenza.
La title track "Imaginations From The Other Side" è una delle aperture più straordinarie mai incise dalla band: un viaggio travolgente tra fantasia e realtà, costruito su riff memorabili ed un crescendo emotivo irresistibile. Poco dopo arriva "Bright Eyes", un autentico capolavoro capace di unire aggressività, malinconia ed un ritornello destinato a rimanere impresso nella memoria per sempre.
Il disco trova anche uno dei suoi momenti più suggestivi ed inaspettati con la delicata "A Past And Future Secret", una parentesi acustica medievale e malinconica che dimostra la capacità della band di evocare immagini ed atmosfere con una semplicità disarmante, senza mai perdere intensità narrativa.
L'intero album scorre senza il minimo cedimento: ogni canzone aggiunge un tassello ad un'opera perfettamente equilibrata, nella quale la voce di Hansi Kürsch raggiunge livelli interpretativi eccezionali, mentre le chitarre di André Olbrich e Marcus Siepen intrecciano melodie ed armonizzazioni di rara bellezza. La produzione regala profondità ed imponenza ad ogni brano, esaltando una scrittura musicale che ancora oggi appare moderna e ispirata.
Merita un elogio speciale anche la copertina, autentica opera d'arte firmata da Andreas Marschall. È una delle immagini simbolo del power metal: un portale spalancato sull'immaginazione, popolato da personaggi delle fiabe e della letteratura fantasy, capace di rappresentare perfettamente lo spirito del disco ancora prima che inizi la musica. È una cover iconica, affascinante e senza tempo, entrata di diritto nell'immaginario collettivo degli appassionati di metal.
"Imaginations From The Other Side" non è soltanto uno dei migliori album dei Blind Guardian: è uno dei pilastri assoluti del power metal mondiale. Un disco che ha influenzato intere generazioni di musicisti, dimostrando che tecnica, fantasia, emozione ed epicità possono convivere in un'unica, straordinaria opera. Ancora oggi resta un ascolto imprescindibile, un capolavoro che continua a brillare con la stessa intensità del giorno in cui venne pubblicato. 
JOE PRIVITERA


GAMMA RAY

"HEADING FOR TOMORROW" (1990)

Toc toc, bussa Herr Kai Hansen. Terminata l'odissea 80's con gli Helloween, il chitarrista/cantante decide che è ora di cambiare aria. Aria, beninteso, non stile: che rimane sempre quello. Incamerato il fenomenale cantante Ralf Scheepers, i Gamma Ray effettuano il primo passo ad inizio 1990. L'album ricomincia laddove "Keeper Of The Seven Keys 2" aveva lasciato, né più né meno. Probabilmente la band avrebbe fatto anche di meglio in futuro, eppure "Heading For Tomorrow" chiarisce immediatamente, anche nella nuova decade, che il re del power "made in Europe" resta sempre il signor Hansen. In ogni caso, il disco contiene almeno tre brani capolavoro, che lo rendono nettamente imprescindibile. La lunghissima title-track, con le sue impennate heavy, gli atmosferici bridge ed il cantato anthemico, la Priest-iana  "Space Eater", un rullo compressore robotico degno di "Defenders Of The Faith", e la fatata "The Silence, letteralmente definibile come una "Bohemian Rhapsody" versione HM. Anche solo per questi episodi, l'abusato termine capolavoro non sembra affatto fuoriluogo.
ALESSANDRO ARIATTI


"LAND OF THE FREE" (1995)

Ci sono dischi che arrivano nel momento giusto e altri che cambiano il destino di un intero genere. "Land Of The Free" appartiene alla seconda categoria. Quando i Gamma Ray pubblicano questo album nel 1995, il power metal ha bisogno di un nuovo punto di riferimento: qualcuno che gli restituisca orgoglio, velocità e quell'anima epica che aveva reso grande la scuola tedesca. Kai Hansen risponde nel modo migliore possibile, firmando quella che è, probabilmente, la prova più importante della sua carriera.
Dopo il cambio di formazione ed il ritorno dietro al microfono, Hansen non cerca la perfezione tecnica. Canta con il cuore, con quella voce ruvida ed inconfondibile che trasmette entusiasmo, energia ed autenticità. È il suono di un musicista che torna a guidare il proprio esercito senza compromessi, dimostrando ancora una volta di essere uno dei padri indiscussi del power metal.
L'inizio è semplicemente devastante. "Rebellion In Dreamland" è un manifesto: oltre otto minuti di cambi di atmosfera, riff infuocati, assoli luminosi e melodie che si stampano nella memoria. È una cavalcata epica che ancora oggi rappresenta uno dei vertici assoluti del genere, un brano capace di riassumere tutto ciò che rende grande il genere.
Quando arriva la title track "Land Of The Free", il disco trova il suo cuore pulsante. Il riff è trascinante, il ritornello esplode con una naturalezza disarmante, ed il messaggio di libertà diventa un inno da cantare a squarciagola. È una di quelle canzoni che fanno venire voglia di alzare il volume, stringere il pugno e lasciarsi trasportare da un'energia che non conosce il passare del tempo.
La forza dell'album, però, sta soprattutto nella sua incredibile continuità. Non ci sono momenti di pausa: ogni pezzo aggiunge qualcosa al viaggio, tra accelerazioni furiose, aperture melodiche ed assoli che sembrano raccontare storie. Tutto suona ispirato, spontaneo, costruito con il solo obiettivo di mettere la musica al centro.
"Land Of The Free" non è semplicemente il miglior album dei Gamma Ray. È il disco che ha ricordato al mondo quanto il power metal possa essere emozionante, travolgente e sincero. Un'opera che ha influenzato generazioni di band e che, ancora oggi, rappresenta un punto di riferimento per chiunque ami quel suono.
Con questo album Kai Hansen non si limita a pubblicare un capolavoro: riconquista il trono che gli appartiene di diritto. Da quel momento in poi, il suo nome torna ad essere il simbolo di un modo preciso di intendere il power metal: veloce ma melodico, tecnico ma emozionante, epico senza mai diventare artificiale. "Land Of The Free" è il disco che consacra definitivamente la sua leggenda e che continua, dopo tanti anni, a brillare come una delle stelle più luminose del metal europeo.
JOE PRIVITERA 


STRATOVARIUS 

"DREAMSPACE" (1994)

Se gli Stratovarius sono prevalentemente conosciuti dal grande pubblico per le loro rigide geometrie, va detto che le cose non sono sempre andate così. Specie nel periodo in cui Timo Tolkki si occupa delle parti vocali, oltre che della chitarra. "Dreamspace" è sicuramente l'opera più eclettica di tutta la loro discografia, il cui equilibrismo stilistico si barcamena tra sferzate speed/power alla Helloween ("Chasing Shadows", "We Are The Future", "Hold On To Your Dreams") e riflessivi momenti prog come la title-track, "Tears Of Ice", una "Thin Ice" quasi Floydiana, e l'oscura/profetica "4th Reich". Non mancano nemmeno momenti pomp/melodic come "Wings Of Tomorrow", "Abyss" ed "Eyes Of The World", fino ad arrivare all'HM nudo e crudo di "Reign Of Terror" e "Shattered". Un disco che attraversa tutto il mondo tormentato di Tolkki, contraddizioni comprese. Se è vero che la musica dovrebbe essere lo specchio dell'anima, "Dreamspace" rappresenta la più fedele delle riproduzioni. Indimenticabile. 
ALESSANDRO ARIATTI

"VISIONS" (1997)

Con "Visions", gli Stratovarius firmano quello che, per molti, è il loro capolavoro assoluto, ma anche uno degli album più importanti nella storia del power metal. Uscito nel 1997, in un periodo in cui il genere sta vivendo una vera e propria rinascita in Europa, questo disco contribuisce a definirne l'identità, fissando uno standard fatto di velocità, melodie epiche, tecnica sopraffina ed un'inconfondibile eleganza compositiva.
La line-up è semplicemente eccezionale: Timo Kotipelto dona ai brani una voce potente e cristallina, Timo Tolkki costruisce riff e assoli memorabili con il suo stile neoclassico, Jens Johansson impreziosisce ogni pezzo con tastiere spettacolari, mentre Jari Kainulainen e Jörg Michael formano una sezione ritmica solida e precisa. È una formazione in stato di grazia, capace di fondere virtuosismo ed immediatezza senza mai perdere di vista l'emozione.
Brani come "Black Diamond" e "Paradise" sono diventati autentici inni del power metal, grazie a ritornelli irresistibili ed arrangiamenti Che, ancora oggi, rappresentano un modello per il genere. Ma è l'intero album a mantenere un livello qualitativo altissimo, alternando cavalcate veloci, momenti più melodici ed atmosfere epiche, che culminano nella monumentale title-track "Visions".
Ancora oggi l'album è considerato una pietra miliare del power metal: un disco che ha influenzato innumerevoli band e che continua a rappresentare uno dei massimi esempi di come tecnica, melodia e passione possano convivere in un'opera praticamente perfetta. Un album imprescindibile, capace di attraversare il tempo senza perdere un briciolo della sua forza.
JOE PRIVITERA 
 

THE OUTSIDERS

SCANNER "MENTAL RESERVATION" (1995)
Un fantasioso concept apocalittico segna il ritorno nel 1995 degli Scanner, già balzati agli onori della cronaca sul finire degli 80's con un paio di album rivalutati prevalentemente postumi ("Hypertrace" e "Terminal Earth"). Il come-back, affidato alle trame di "Mental Reservation", si accoda alla rinascente ondata di riflusso speed/power, lasciando da parte le inclinazioni thrash dei due lavori succitati. Esattamente come Running Wild, Rage e Grave Digger, nel proprio piccolo anche gli Scanner di Axel Julius godono di una nuova "verginità", avvalorata dalla inestinguibile sete di HM classico che attanaglia il pubblico europeo, stufo di sentirsi propinare l'ennesima variazione sul tema grunge/alternative d'oltreoceano. Uscito per l'allora rampante Massacre Records, il disco contiene un'ora abbondante di sferzate melodic speed, forse già risapute nella forma, eppure raffinate nello svolgimento. Un piccolo classico assolutamente da riscoprire.
ALESSANDRO ARIATTI


SONATA ARCTICA "ECLIPTICA" (1999)
"Ecliptica" dei Sonata Arctica, uscito nel 1999, è uno di quei debutti che non si limitano a presentare una band, ma la proiettano subito nel cuore del power metal europeo. In un periodo in cui il genere è già ben definito e popolato da nomi importanti, i finlandesi arrivano con un approccio diretto: velocità, melodia, tastiere molto presenti ed una forte componente emotiva.
Fin dalle prime tracce si capisce il carattere del disco. “Blank File” apre con aggressività e ritmo serrato, quasi come una dichiarazione d’intenti: qui non si tratta solo di suonare veloce, ma di costruire tensione. Subito dopo “My Land” mostra il lato più malinconico della band, quella tipica atmosfera nordica che trasforma la potenza in qualcosa di più fragile ed introspettivo. E poi c’è “Full Moon”, probabilmente il brano simbolo dell’album: melodico, teatrale, con un ritornello immediato ma non banale, ed una struttura che alterna energia ad apertura emotiva.
Il contesto è quello del power metal di fine anni ’90, quando il genere sta già vivendo una fase di consolidamento. Band come Stratovarius e Helloween hanno già codificato molte delle regole, ma i Sonata Arctica non si limitano a seguirle: le rendono più emotive, più narrative. Non puntano solo sull’epicità “eroica”, ma su una sensibilità quasi adolescenziale, fatta di malinconia ed urgenza espressiva.
In mezzo a questi meandri sonori emerge una voce acuta e mobile, quella di Tony Kakko, capace di passare da linee melodiche delicate ad impennate improvvise, che sembrano quasi sfidare la struttura stessa dei brani. È un elemento che non si limita a seguire la musica, ma la guida dall’interno, aggiungendo un senso di instabilità controllata: come se ogni canzone potesse aprirsi da un momento all’altro in qualcosa di più grande, eppure restasse sempre trattenuta da una precisione quasi chirurgica.
Questa presenza vocale diventa così un filo conduttore emotivo, che attraversa l’album e lo rende vivo, nervoso, mai completamente fermo. Anche nei momenti più melodici e/o lineari, c’è sempre quella tensione di fondo che impedisce alla musica di adagiarsi, mantenendo tutto in equilibrio tra energia e malinconia.
Il risultato è un disco che scorre veloce, lasciando però tracce indelebili. A tratti può sembrare ancora grezzo o molto legato alle strutture classiche del genere, ma proprio questa immediatezza lo rende efficace: non c’è sovrastruttura, c’è impatto.
In sintesi, "Ecliptica" è un debutto che funziona perché unisce tecnica, melodia ed intensità emotiva senza pretendere di apparire più complesso di quanto serva. È l’inizio di una band che, da lì in poi, avrebbe costruito una propria identità ben riconoscibile nel power metal europeo. 
JOE PRIVITERA

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