Passa ai contenuti principali

DOKKEN "UNDER LOCK AND KEY" (1985)



Nel cuore degli anni Ottanta, quando l’hard rock americano vive una delle sue stagioni più creative e spettacolari, i Dokken pubblicano "Under Lock and Key", un album destinato a diventare uno dei simboli di quella straordinaria epoca musicale. È il momento in cui la band riesce a mettere a fuoco definitivamente la propria identità, trovando il perfetto equilibrio tra potenza metal, sensibilità melodica ed uno standard compositivo nettamente superiore alla media.

Dopo aver costruito la propria reputazione con un sound già riconoscibile, i Dokken arrivano a questo disco con una formazione in stato di grazia: quattro musicisti capaci di fondere tecnica e sentimento, aggressività ed eleganza. "Under Lock And Key" non è soltanto un album di hard rock melodico, ma il risultato di una chimica speciale, quella di una band che, in quel periodo, riesce ad esprimere tutto il proprio potenziale.

Ci sono album che appartengono semplicemente al loro tempo ed altri che riescono a diventarne il simbolo. "Under Lock And Key" appartiene a questa seconda categoria. Uscito nel pieno degli 80's, in un periodo in cui l’hard rock americano registra un’esplosione senza precedenti, il disco rappresenta uno dei momenti più riusciti di equilibrio tra potenza, melodia e classe.

Sono anni in cui le band cercano di conquistare il pubblico con riff esplosivi, immagini spettacolari e ritornelli destinati ad entrare nelle radio. In mezzo a questa grande corsa al successo, i Dokken riescono a distinguersi perché hanno qualcosa in più: non sono solamente una macchina da riff, così come non sono semplicemente una band melodica. La loro forza risiede nella capacità di unire due mondi apparentemente lontani: quello dell’heavy metal più chic e quello dell’hard rock melodico americano.

"Under Lock And Key" è probabilmente il disco in cui questa formula raggiunge il proprio apice. 

Il segreto è tutto nella formazione, una delle più affiatate e talentuose della scena dell’epoca. Don Dokken è un cantante dalla personalità inconfondibile: la sua voce non punta sulla pura aggressività, ma sulla capacità di trasmettere emozione, dando ai brani un respiro più ampio. Graffiante quando serve, ma soprattutto capace di valorizzare i momenti più melodici, quelli in cui la band sciorina tutta la sua sensibilità.

Poi c’è George Lynch, protagonista assoluto della sei corde. Il suo modo di suonare è uno degli elementi che rendono unico il sound dei Dokken. Lynch non è il classico chitarrista interessato solo alla velocità o all’esibizione tecnica: ogni assolo ha una costruzione, una dinamica, un’identità. Il suo stile unisce potenza e raffinatezza, con fraseggi ricchi di personalità ed un uso della melodia che lo rende immediatamente riconoscibile. La sua chitarra non è un semplice accompagnamento, ma una seconda voce che dialoga continuamente con la band.

A completare il quadro troviamo Jeff Pilson al basso e Mick Brown alla batteria, due musicisti fondamentali per garantire solidità e profondità al gruppo. Pilson aggiunge spessore alle composizioni (anche nei cori), mentre Brown impone un ritmo potente eppure mai eccessivo, in grado di sostenere sia le parti più aggressive sia quelle maggiormente atmosferiche. È proprio questa compattezza a rendere il disco così convincente: ogni elemento si trova al posto giusto.

La grande qualità di "Under Lock And Key" è infatti la misura. I Dokken non hanno bisogno di esagerare per impressionare. La forza arriva dalla cura degli arrangiamenti, dai cori studiati alla perfezione, dalle chitarre armonizzate, e da una scrittura che riesce ad essere immediata senza mai scadere nel banale.

Brani come "In My Dreams" rappresentano perfettamente il lato più melodico ed avvolgente della band: un ritornello memorabile, una grande interpretazione vocale di Don Dokken, e la chitarra di Lynch capace di trasformare una semplice linea melodica in qualcosa di emozionante. È uno di quei pezzi che racchiude completamente lo spirito degli anni Ottanta.

Con "The Hunter", invece, emerge il lato più duro e muscolare del gruppo. Il riffing è potente, la sezione ritmica spinge con decisione, e George Lynch dimostra ancora una volta perché il suo stile viene considerato tra i più raffinati della scena hard rock americana.

"Unchain the Night" è probabilmente uno degli esempi migliori dell’equilibrio raggiunto dai Dokken: atmosfera, melodia ed aggressività convivono in un brano vibrante e coinvolgente, dove ogni musicista porta il proprio contributo senza mai sovrastare gli altri.

Questi sono solo alcuni dei momenti che rendono "Under Lock and Key" un album così speciale. La band riesce a passare dalla grinta alla raffinatezza con una naturalezza incredibile. I riff hanno il peso dell’heavy metal, ma i ritornelli possiedono quella capacità tipica delle grandi band hard rock di rimanere impressi fin dal primo ascolto.

Ed è proprio questa caratteristica che rende i Dokken diversi da molti gruppi contemporanei: perché non cercano soltanto l’impatto, cercano l’eleganza. Ogni brano sembra costruito con attenzione, ogni passaggio strumentale ha un motivo preciso. La tecnica non viene mai messa davanti alla canzone, ma viene utilizzata per renderla più forte e coinvolgente.

Anche il suono dell’album contribuisce in maniera decisiva al suo fascino. Dietro la consolle troviamo Neil Kernon, un produttore capace di valorizzare al massimo le caratteristiche della band: chitarre brillanti, batteria incisiva, basso presente, ed una grande attenzione alle armonie vocali. La produzione riesce a catturare tutta l’energia dei Dokken senza sacrificare la pulizia e la raffinatezza degli arrangiamenti, regalando ad "Under Lock And Key" un suono ancora oggi potente e coinvolgente.

L'album rimane quindi uno dei punti più alti della carriera dei Dokken, ed uno degli esempi migliori di come l’hard rock melodico possa essere contemporaneamente accessibile, tecnico e ricco di personalità. È il risultato di una formazione in stato di grazia, di quattro musicisti che in quel momento sembrano completarsi alla perfezione.

Un disco che racconta gli 80's nella loro vera essenza: chitarre enormi, melodie indimenticabili, grande tecnica, ed una voglia irrefrenabile di creare canzoni destinate a durare.

Non solo un grande album dei Dokken, ma uno dei capitoli più importanti dell’hard rock melodico americano.

Un classico senza tempo, dove la potenza incontra la classe, e dove ogni nota dimostra perché questa formazione rimane nel cuore di milioni di appassionati.


JOE PRIVITERA 

Commenti

Post popolari in questo blog

IRON MAIDEN "VIRTUAL XI": DIFESA NON RICHIESTA

Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...