Non c'è due senza tre. Ed il quattro verrà da sé: o quasi. Prosegue il viaggio tra i meandri del power degli anni 90, ed anche stavolta ci occupiamo di un'ulteriore manciata di nomi che hanno rappresentato molto per il pubblico "defender" dell'epoca. Buon viaggio nel tempo.
THE BIG THING
AXEL RUDI PELL
"BETWEEN THE WALLS" (1994)Il secondo impegno in studio tra Axel Rudi Pell e la "star" Jeff Scott Soto esce quando il class/heavy metal sembra ormai uno sbiadito ricordo da lasciare ai posteri. È il 1994, ed il mondo "così come lo conoscevamo" non esiste più. Esistono però ancora i grandi dischi del genere succitato, e "Between The Walls" è sicuramente uno di questi. In stato di grazia compositiva, già palese sul precedente "Eternal Prisoner", con "Between The Walls" la coppia alza ulteriormente l'asticella. Non tanto a livello di stile, quanto piuttosto in una consapevolezza di scrittura impressionante. C'è l'up tempo di "Talk Of The Guns", l'hard metallizzato alla Riot di "Warrior", il sound cromato ed elegante della simil-Dokken "Cry Of The Gypsy", l'epica narrativa di "Casbah", ed una strepitosa cover di "Wishing Well" dei Free. "Innocent Child", poi, è il punto d'origine per tutte le ballad future del biondo chitarrista tedesco, diventate nei decenni irrinunciabile specialità della casa. Uno dei massimi capolavori dei 90's. E non solo in campo power. ALESSANDRO ARIATTI
"BLACK MOON PYRAMID" (1996)
Pubblicato nel 1996, "Black Moon Pyramid" rappresenta uno dei momenti più alti della carriera di Axel Rudi Pell, un chitarrista che ha costruito la propria identità musicale unendo il fascino dell'hard rock classico alla potenza dell'heavy metal melodico. In questo album ogni composizione è curata nei minimi dettagli: riff incisivi, melodie avvolgenti, assoli intensi e atmosfere dal sapore epico si fondono in un'opera che conserva ancora oggi tutto il suo fascino.
Axel Rudi Pell non punta mai a stupire con il virtuosismo fine a sé stesso. Ogni assolo racconta qualcosa, ogni fraseggio è costruito con gusto e sensibilità, ricordando la grande tradizione dei chitarristi che hanno fatto della melodia la loro arma più potente. Le sue influenze hard rock emergono con naturalezza, ma vengono rielaborate in uno stile personale che rende immediatamente riconoscibile ogni sua composizione.
A rendere il disco ancora più speciale è la straordinaria prova di Jeff Scott Soto. La sua interpretazione vocale è semplicemente magnifica: potente quando serve, intensa nei passaggi più emotivi e sempre ricca di personalità. Soto riesce a dare anima a ogni brano, alternando grinta e raffinatezza con una naturalezza impressionante. L'intesa tra la sua voce e la chitarra di Axel Rudi Pell è uno dei grandi punti di forza dell'album, creando un equilibrio perfetto per forza espressiva e melodie memorabili.
Tra i brani più rappresentativi spicca "Touch the Rainbow", una perfetta sintesi dello stile di Pell: riff possenti, un ritornello immediato ed uno splendido assolo che cresce d'intensità fino ad esplodere in una scarica di emozioni. È una canzone che conquista fin dal primo ascolto, e che rimane una delle più amate dai fan.
Con "Silent Angel" il disco mostra il suo volto più intenso e malinconico. La voce di Jeff Scott Soto trasmette profondità ed eleganza, mentre la chitarra accompagna ogni passaggio con melodie ricche di sentimento. È uno di quei brani che dimostrano come la forza del metal possa convivere con una grande sensibilità musicale.
Il vertice dell'album è però la lunga "Black Moon Pyramid", una suite che racchiude tutta la visione artistica di Axel Rudi Pell. Atmosfere oscure, continui cambi di dinamica, melodie evocative ed assoli ispiratissimi trasformano il brano in un viaggio musicale capace di trasportare l'ascoltatore in un mondo fatto di mistero, antiche leggende e paesaggi immaginari. È una composizione ambiziosa che mostra tutta la maturità raggiunta dal chitarrista tedesco.
Anche il resto della band offre una prestazione di altissimo livello, sostenendo le composizioni con una sezione ritmica precisa ed una produzione pulita che valorizza ogni strumento senza perdere calore. Il risultato è un album compatto, privo di cali d'ispirazione e capace di mantenere alta l'attenzione dall'inizio alla fine.
A quasi trent'anni dalla sua pubblicazione, "Black Moon Pyramid" continua ad essere uno degli album più amati della discografia di Axel Rudi Pell, nonché uno dei lavori più riusciti del melodic metal 90's. È un disco che unisce tecnica, emozione ed eleganza, dimostrando come la vera grandezza non risieda soltanto nella velocità di esecuzione, ma soprattutto nella capacità di emozionare. Grazie alla straordinaria ispirazione di Axel Rudi Pell ed alla magistrale interpretazione di Jeff Scott Soto, "Black Moon Pyramid" resta un'opera senza tempo, destinata ad essere riscoperta e apprezzata da ogni amante dell'hard rock e dell'heavy metal melodico.JOE PRIVITERA
HAMMERFALL
"GLORY TO THE BRAVE" (1997)
Ci sono dischi che semplicemente escono sul mercato ed altri che arrivano nel momento giusto, quando la scena musicale sembra avere bisogno di una scossa. È il caso di "Glory To The Brave", debutto degli svedesi Hammerfall pubblicato nel 1997.
In un'epoca in cui il metal melodico e il power metal sembrano appartenere ad un passato ormai lontano, gli Hammerfall hanno il coraggio di guardarsi indietro invece di inseguire le mode del momento. Niente compromessi, niente tentativi di rendere l'HM più moderno o alternativo: chitarre potenti, doppia cassa, melodie epiche, cori da battaglia ed una voce limpida e fiera. "Glory To The Brave" prende tutto ciò che ha reso grande il genere negli anni Ottanta, e lo riporta in vita con una nuova energia.
Il risultato è un disco diretto, genuino e tremendamente efficace. Non è un album che cerca di stupire attraverso virtuosismi esasperati o arrangiamenti complicati: la sua forza sta nell'impatto delle canzoni, nei riff memorabili e soprattutto nella capacità di trasformare ogni brano in un inno.
E proprio per questo il suo significato storico travalica la qualità delle singole composizioni. Gli Hammerfall contribuiscono a dimostrare che il power metal non è morto. Al contrario, può ancora parlare ad una nuova generazione di ascoltatori. "Glory To The Brave" irrompe come una vera dichiarazione di guerra alle mode del momento, e contribuisce a rivitalizzare a tutto il movimento del power metal europeo.
"The Dragon Lies Bleeding" è l'apertura perfetta. Bastano pochi secondi per capire le intenzioni degli Hammerfall: riff taglienti, batteria incalzante, doppia cassa, ed una melodia che sembra arrivare direttamente da un campo di battaglia. È power metal nella sua forma più pura: veloce, melodica, aggressiva e soprattutto epica. Joacim Cans entra con una voce limpida e potente, mentre le chitarre costruiscono un muro sonoro che non lascia tregua. Una canzone che ti trascina immediatamente dentro l'universo della band, tra draghi, guerrieri, acciaio e battaglie.
"Hammerfall" rappresenta invece l'identità della band. Il brano è praticamente un manifesto: riff pesanti, cori imponenti, ed un ritornello costruito per essere cantato a squarciagola dal pubblico. Il titolo stesso diventa una dichiarazione di appartenenza, quasi un grido di battaglia. Qui gli Hammerfall non sono più soltanto una giovane band svedese: costruiscono il proprio mito, con un sound semplice ma dannatamente efficace.
E poi arriva "Glory To The Brave", il cuore emotivo dell'album. Dopo tutta la potenza e la velocità delle tracce precedenti, gli Hammerfall rallentano: e mostrano un'altra faccia. È una ballata epica, malinconica e solenne, costruita progressivamente fino a raggiungere un finale maestoso. La sua forza sta proprio nel contrasto: non servono velocità e aggressività per essere epici. Bastano una grande melodia, la voce di Cans ed un crescendo capace di trasformare la malinconia in celebrazione.
Il vero merito di "Glory To The Brave" non è quello di inventare qualcosa di completamente nuovo. La sua grandezza sta nell'aver capito che certe formule non sono affatto morte e sepolte. Gli Hammerfall recuperano l'heavy metal classico, lo fondono con la velocità e la melodia del power europeo, e lo presentano ad una generazione che ha ancora voglia di ascoltare musica fatta di "acciaio", enfasi, battaglie immaginarie e grandi melodie.
Il 1997 diventa così un momento fondamentale per la rinascita del genere. "Glory to the Brave" contribuisce a dimostrare che il power metal ha ancora qualcosa da dire, e che può tornare prepotentemente protagonista. Non è semplice nostalgia: rappresenta una vera ripartenza, un ritorno alle radici trasformato in nuova energia.
Ed è questo che rende il debutto degli Hammerfall così importante. "Glory To The Brave" non si limita a ricordare cosa sia il metal: ricorda al pubblico cosa può ancora essere.
Un disco forse ingenuo in alcuni passaggi, certamente legato ad una precisa estetica stilistica, ma proprio per questo tremendamente sincero. Un album suonato con il cuore, con la voglia di dimostrare che il "metallo" può ancora essere fiero, melodico, potente: e soprattutto epico.
Nel 1997 gli HammerFall alzano il martello e riportano il power metal sotto i riflettori.
E, da quel momento, il fuoco torna ad ardere.JOE PRIVITERA
"LEGACY OF KINGS" (1998)Quanti dischi hanno pagato la colpa di non essere a livello del loro predecessore? Tanti, troppi, anche perché i paragoni restano legittimi, ma fino ad un certo punto. Un esempio su tutti? "Destiny" degli Stratovarius rispetto a "Visions", giusto per veleggiare esattamente nello stesso periodo temporale di "Glory To The Brave" e di questo "Legacy Of Kings". L'album non cambia di una virgola stilistica rispetto a quanto espresso dodici mesi prima, e forse resta il dubbio che ci sia stata un pò di fretta nell'assemblare il materiale. Per capitalizzare l'enorme riscontro ottenuto, ovviamente. Tuttavia, se ci si limita ad ascoltare il lavoro per quello che è (non per ciò che avrebbe potuto diventare), allora non si può assolutamente negare, nemmeno a quasi trent'anni di distanza, che canzoni come "Heeding The Call", "Let The Hammer Fall" o "At The End Of The Rainbow" mantengono inalterate le risapute caratteristiche della band svedese. La produzione è ancora più curata rispetto a "Glory To The Brave", perdendo forse un pizzico di aggressività e/o spontaneità in cambio di una superiore consapevolezza in fase di scrittura. Si può dire tutto sugli Hammerfall, che piacciano oppure no: ma contestare la validità dei primi due lavori sembra più che altro una presa di posizione frutto di preconcetti.
ICED EARTH
"BURNT OFFERINGS" (1995)
Quando esce "Burnt Offerings", gli Iced Earth sono "soltanto" una promessa. Certo, "Night Of The Stormrider" (1992) infiamma già la sopita voglia di power metal, ma è soltanto nel 1995 che la band americana intravede uno spiraglio di notorietà grazie al rilancio europeo di determinate sonorità. Century Media punta forte su Jon Schaffer e compagni, e fa bene. Grazie al suo personale "intruglio" stilistico tra HM, thrash ed oscurità strutturale, "Burnt Offerings" si propone ad una vasta gamma di platea. Anche a quella che mal digerisce l'eccessivo "zuccherame" della folta Helloween legacy. Ispirato all'Inferno di Dante, al quale viene per l'appunto dedicata la suite finale "Dante's Inferno", l'artwork dell'album ben fotografa il suo contenuto. Matt Barlow è un cantante letteralmente straordinario, ed il suo vibrato resta ancora oggi uno dei tratti più caratteristici dell'intera. Parlare di doom non è corretto, ma sicuramente una coltre tenebrosa scende su canzoni quali la title-track, "Last December" e "Diary", che propongono definitivamente gli Iced Earth tra i gruppi artisticamente più originali ed autoctoni dell'epoca. Chapeau a Mister Schaffer ed ai suoi accoliti. ALESSANDRO ARIATTI
"SOMETHING WICKED THIS WAY COMES" (1998)
Nel 1998 gli Iced Earth sono ormai una realtà consolidata dell'heavy metal statunitense. Dopo aver costruito la propria reputazione con album sempre più maturi e ambiziosi, la band guidata da Jon Schaffer arriva a quello che molti considerano il punto più alto della carriera. "Something Wicked This Way Comes" non rappresenta soltanto il quinto capitolo della discografia del gruppo, ma il momento in cui ogni elemento del loro stile raggiunge un equilibrio perfetto: la furia del thrash, la solennità dell'heavy metal classico, la melodia del power americano e una narrazione epica destinata a diventare immortale. È il disco che consacra definitivamente gli Iced Earth tra i grandi nomi del metal mondiale.
Il cuore pulsante dell'album è Jon Schaffer, autentico architetto del suono della band. La sua chitarra non rincorre mai il virtuosismo fine a sé stesso, ma costruisce monumenti sonori attraverso riff giganteschi, pesanti come macigni e scolpiti con una precisione impressionante. Ogni brano è sorretto da una ritmica marziale, da cavalcate irresistibili e da un gusto compositivo che rende ogni riff immediatamente riconoscibile. Schaffer dimostra una volta di più di essere uno dei più grandi riff-maker della scena metal americana, capace di fondere aggressività, melodia ed epicità con una naturalezza disarmante.
Se Schaffer è il comandante dell'esercito, Matthew Barlow è il guerriero che gli dà voce. La sua interpretazione è semplicemente monumentale e rappresenta uno dei vertici assoluti della sua carriera. Barlow si limita a cantare: vive ogni parola, trasformando ogni brano in un racconto carico di emozione. La sua voce profonda, potente ed incredibilmente espressiva passa con assoluta naturalezza dalla rabbia alla malinconia, dall'orgoglio alla disperazione, regalando un'intensità interpretativa che pochi cantanti metal hanno saputo raggiungere. È impossibile immaginare questo album con un altro cantante: la sua presenza è parte integrante della sua grandezza.
Tra gli episodi più rappresentativi spicca "Burning Times", un'apertura devastante che mette subito in chiaro le intenzioni della band. I riff tagliano come lame, la sezione ritmica procede inesorabile ed il ritornello esplode con una forza contagiosa, dando vita a uno degli opener più iconici dell'intera discografia degli Iced Earth.
Con "Melancholy (Holy Martyr)" emerge invece il volto più drammatico e solenne del gruppo. È un brano costruito su atmosfere oscure e melodie struggenti, nel quale Matthew Barlow offre una prestazione semplicemente magistrale, capace di trasmettere dolore, fede ed eroismo con un'intensità fuori dal comune.
Il lato più umano della band trova invece la sua massima espressione in "Watching Over Me", una ballata intensa e sincera che dimostra come gli Iced Earth sappiano emozionare anche rallentando i ritmi. La sensibilità della composizione e la straordinaria interpretazione vocale trasformano questa canzone in uno dei momenti più toccanti dell'intero album.
Ma il vero trionfo arriva nel finale. La straordinaria triade composta da "Prophecy", "Birth of the Wicked" e "The Coming Curse" rappresenta uno dei momenti più alti mai raggiunti dagli Iced Earth. Non sono semplicemente tre canzoni consecutive, ma un'unica grande opera divisa in tre atti, capace di raccontare la nascita della saga di "Something Wicked" con un crescendo continuo di tensione, oscurità ed epicità. Ogni brano prepara il successivo in maniera magistrale, fino alla monumentale conclusione di "The Coming Curse", autentico manifesto della grandezza compositiva di Jon Schaffer. È un finale che lascia senza fiato e che spalanca le porte ad una delle mitologie più affascinanti mai create nell'universo dell'heavy metal.
"Something Wicked This Way Comes" è molto più di un semplice album: è il simbolo artistico degli Iced Earth, il disco che racchiude tutto ciò che ha reso unica questa band. La scrittura ispirata di Jon Schaffer, la prova vocale immensa di Matthew Barlow, l'alternanza perfetta tra violenza e melodia ed un finale destinato ad entrare nella storia, fanno di quest'opera uno dei massimi capolavori dell'US Power Metal. Un disco che, ancora oggi, continua a suonare maestoso, emozionante ed incredibilmente potente, confermando il suo posto tra le pagine più gloriose della storia del metal. JOE PRIVITERA
RAGE
"TRAPPED!" (1992)
Nel 1992 il panorama metal internazionale sta attraversando uno dei periodi più complessi e interessanti della sua storia. La grande esplosione dell’heavy metal e dello speed degli anni Ottanta lascia spazio a nuove tendenze, mentre molte band cercano di adattarsi ad un decennio che sta cambiando rapidamente. In questo contesto i Rage pubblicano “Trapped!”, un album che rappresenta un passaggio fondamentale nella loro evoluzione artistica, e che mostra una formazione sempre più consapevole delle proprie possibilità.
Guidati da Peter “Peavy” Wagner, i Rage arrivano a questo lavoro dopo una prima fase caratterizzata da sonorità veloci, aggressive e fortemente legate allo speed metal europeo. Con “Trapped!” la band mantiene intatta la propria energia, ma amplia il proprio linguaggio musicale: i riff diventano più articolati, le melodie più curate e le atmosfere più varie. È un disco in cui la furia degli inizi incontra una maggiore attenzione per la composizione, creando un equilibrio tra potenza e ricerca sonora.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’album è proprio la capacità dei Rage di inserire elementi differenti all’interno del loro metal. In alcune canzoni emergono influenze orientali, percepibili in particolari linee melodiche, introduzioni e atmosfere dal sapore esotico. Questi richiami non sembrano mai un semplice esercizio stilistico, ma contribuiscono a rendere il disco più ricco e personale, creando un contrasto interessante tra la durezza dei riff ed un senso di mistero e profondità.
L’esempio più evidente è “Shame on You”, brano che apre l’album e presenta immediatamente questa nuova dimensione dei Rage. L’inizio, caratterizzato da un’atmosfera dal gusto orientale, prepara il terreno all’esplosione del riff metallico, potente ed incisivo. La canzone racchiude molti degli elementi che rendono “Trapped!” un disco particolare: aggressività, melodia, ricerca atmosferica ed una volontà di superare i confini dello speed metal più tradizionale.
Un altro momento importante è “Enough Is Enough”, una delle tracce più immediate e memorabili del disco. Qui emerge il lato più diretto della band, con riff energici ed un ritornello efficace, ma sempre sostenuto da una scrittura più matura rispetto ai primi lavori. Il brano mostra la capacità dei Rage di creare canzoni facilmente riconoscibili senza rinunciare alla pesantezza ed alla personalità che li hanno sempre contraddistinti.
Tra i brani più interessanti troviamo anche “Baby, You’re a Nightmare”, una traccia che mette in evidenza il lato più oscuro ed aggressivo dell’album. Il pezzo si distingue per un’atmosfera tesa e per un approccio maggiormente graffiante, dove la band punta sull’impatto dei riff e sulla forza interpretativa di Peavy Wagner. È una canzone che richiama lo spirito più ruvido degli esordi, ma con una maggiore attenzione alle dinamiche ed alla costruzione del brano. La sua presenza contribuisce a dare equilibrio al disco, alternando momenti più melodici ad altri più duri e immediati.
“Take Me to the Water” rappresenta invece il lato più evocativo ed epico dei Rage. La band rallenta leggermente il ritmo per lasciare spazio ad una maggiore componente emotiva, dimostrando di saper costruire tensione anche senza affidarsi soltanto alla velocità. È un brano che evidenzia la crescita compositiva del gruppo e la volontà di esplorare soluzioni più ampie.
Dal punto di vista musicale, “Trapped!” è un album compatto e ben costruito. La produzione mantiene il carattere diretto tipico delle produzioni metal dell’epoca: le chitarre hanno un suono aggressivo, la batteria sostiene con forza ogni brano ed il basso di Peavy Wagner contribuisce a creare una base solida. La voce del leader dei Rage, con il suo timbro particolare e distinguibile, dona ulteriore identità alle composizioni.
Il valore del disco sta soprattutto nella sua capacità di rappresentare una fase di trasformazione. “Trapped!” non è semplicemente un album speed metal, ma un lavoro in cui i Rage iniziano a definire quella miscela di potenza, melodia e sperimentazione che caratterizzerà sempre più la loro carriera. Le influenze orientali, le aperture più atmosferiche, e la maggiore cura per gli arrangiamenti mostrano una band desiderosa di crescere senza perdere la propria anima.
A distanza di anni, “Trapped!” rimane uno degli episodi più significativi della prima parte della discografia dei Rage. È un disco che racconta il passaggio da una formazione giovane ed aggressiva ad una band più matura ed ambiziosa, capace di guardare oltre gli schemi del genere. Un album intenso, vario e ricco di personalità, dove rabbia, melodia e sperimentazione trovano finalmente un equilibrio convincente.JOE PRIVITERA
"THE MISSING LINK" (1993) È incredibile il livello qualitativo sciorinato dai Rage tra il 1992 ed il 1998. Un album più bello dell'altro, ed una costanza compositiva inimmaginabile per una band fino ad allora sicuramente lodevole quanto ad impegno ed abnegazione, ma francamente trascurabile nei risultati artistici. "The Missing Link" arriva un annetto dopo "Trapped", e rappresenta forse uno dei titoli più universalmente apprezzati della loro intera discografia. Al netto di una produzione meno brillante rispetto al predecessore, episodi come la rutilante "Firestorm", la rocciosa "Nevermore" (si sentono parecchio i Metallica sullo sfondo) e la suite "Lost In The Ice" determinano un nuovo "quality standard" per il terzetto tedesco. "The Missing Link" evidenzia un approccio probabilmente più uniforme rispetto all'eterogeneo "Trapped", fattore stilistico sottolineato da brani meditati quali "The Pit And The Pendulum", la trascinante title-track, e la bellissima "Certain Days". Non mancano certo i momenti più vicini allo speed, con "Raw Caress" a chiudere i battenti in gloria HM. "The Missing Link" ottiene un meritatissimo successo commerciale, issando i Rage ad orgogliosa bandiera della resistenza power europea. ALESSANDRO ARIATTI









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