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IRON MAIDEN "SEVENTH SON OF A SEVENTH SON" (1988): IL DESTINO, LA PROFEZIA ED IL SUONO DI UNA LEGGENDA


Gli Iron Maiden arrivano al loro settimo  in un momento in cui sembrano non avere più nulla da dimostrare. Nel giro di pochi anni sono passati dall'essere una delle tante realtà della New Wave Of British Heavy Metal a diventare una delle band più importanti e riconoscibili dell'intero panorama metal mondiale. "The Number Of The Beast", "Piece Of Mind", "Powerslave" e "Somewhere In Time" hanno costruito una reputazione enorme, fatta di concerti trionfali, copertine memorabili e brani destinati a diventare classici.

E proprio quando sarebbe stato più facile continuare sulla strada già tracciata, Steve Harris decide di alzare ancora una volta l'asticella.

L'11 aprile 1988 esce “Seventh Son of a Seventh Son”, un album ambizioso, oscuro e molto più articolato rispetto ai primi lavori della band. L'idea nasce attorno alla leggenda del settimo figlio di un settimo figlio, una figura dotata di poteri particolari e capacità di vedere ciò che agli altri rimane nascosto. È un tema che permette agli Iron Maiden di costruire non soltanto una raccolta di canzoni, ma un vero viaggio narrativo, nel quale il confine tra bene, male, destino e conoscenza diventa sempre più sottile.

Il contesto è importante perché siamo alla fine degli anni Ottanta, ed il metal sta cambiando velocemente. Le produzioni diventano più elaborate, il pubblico si allarga, e molte band cercano di conquistare anche le classifiche. Gli Iron Maiden, però, non sembrano interessati ad inseguire le mode. Dopo aver introdotto sintetizzatori e nuove sonorità su "Somewhere In Time", Harris e soci scelgono di proseguire su quella strada, ma con maggiore convinzione. Il risultato è un disco più atmosferico e progressivo, nel quale le tastiere non sono semplicemente un ornamento, ma contribuiscono a creare l'identità dei brani.

L'apertura con “Moonchild” è già un'indicazione precisa di quello che aspetta l'ascoltatore. L'introduzione crea un'atmosfera quasi inquietante, prima che la band esploda con il suo caratteristico heavy metal. La voce di Bruce Dickinson domina la composizione, mentre le chitarre di Adrian Smith e Dave Murray costruiscono un intreccio melodico potente ed immediatamente riconoscibile. È un pezzo che riesce ad essere aggressivo senza rinunciare alla componente teatrale che da sempre accompagna i Maiden.

Ma è soprattutto con “Infinite Dreams” che l'album mostra il suo lato più affascinante. Il brano parte in maniera delicata e riflessiva, quasi sospesa, crescendo gradualmente fino a diventare una delle composizioni più intense dell'intero disco. Il tema onirico, della paura, e dell'incertezza sul significato di ciò che vediamo durante il sonno si inserisce perfettamente nell'atmosfera generale dell'album. Qui gli Iron Maiden dimostrano di non aver bisogno di correre sempre a tutta velocità: rallentano, creano tensione e lasciano spazio alla melodia.

Ed è proprio questa una delle caratteristiche più interessanti di “Seventh Son of a Seventh Son”. Il disco non cerca continuamente di stupire con la forza. La potenza c'è, naturalmente, ma viene utilizzata insieme ad altri elementi. Ci sono momenti più raccolti, passaggi quasi sognanti, improvvise accelerazioni, e melodie che rimangono in testa dopo l'ascolto. È un Iron Maiden più maturo, consapevole delle proprie possibilità.

Il momento centrale arriva con la title track, “Seventh Son Of A Seventh Son”, una composizione monumentale che sfiora i dieci minuti, e rappresenta probabilmente il punto più ambizioso mai raggiunto dalla band fino a quel momento. Il brano alterna parti atmosferiche e momenti di grande potenza, lasciando spazio a cambi di ritmo e ad un utilizzo più importante delle tastiere. Non è semplicemente una canzone lunga: è costruita come un percorso, quasi come se ogni sezione dovesse accompagnare il protagonista verso una nuova fase della storia.

E qui emerge soprattutto il lavoro di Steve Harris. Il bassista è da sempre il motore/motivatore della band, ma in questo album il suo ruolo compositivo diventa ancora più evidente. La passione per il rock progressivo trova spazio all'interno di una struttura che rimane comunque profondamente heavy metal. Il rischio è quello di realizzare un disco troppo complicato o distante dal pubblico abituale. Gli Iron Maiden, invece, riescono quasi sempre a mantenere un equilibrio tra ambizione e immediatezza.

Anche “The Evil That Men Do” e “The Clairvoyant” contribuiscono a garantire grande compattezza al disco. Non sono semplicemente brani inseriti per riempire la scaletta: fanno parte di un'atmosfera comune, di quella sensazione quasi mistica che accompagna l'intero ascolto. Le chitarre continuano ad essere protagoniste, ma sono inserite in arrangiamenti più ricchi rispetto al passato.

Un altro elemento fondamentale è la produzione. Il suono del disco è pulito e potente, ma non perde quella dimensione epica che gli Iron Maiden avevano costruito negli anni precedenti. La batteria di Nicko McBrain rimane imponente, il basso di Harris è sempre presente e le due chitarre riescono a creare quelle armonizzazioni che sono diventate uno dei marchi di fabbrica della band. Bruce Dickinson, dal canto suo, offre una delle sue interpretazioni più teatrali della carriera, passando dalla delicatezza alla potenza con grande naturalezza.

Nel 1988, non tutti avrebbero accolgono con entusiasmo questa evoluzione. Una parte dei fan avrebbe desiderato i Maiden più diretti e selvaggi dei primi anni. Ma il bello di “Seventh Son Of A Seventh Son” è proprio il fatto che non sembra un disco realizzato per accontentare qualcuno. È un album che vuole raccontare qualcosa e che, per farlo, accetta di suonare più complesso.

A distanza di anni, questa scelta appare ancor più significativa. Gli Iron Maiden non avevano bisogno di dimostrare di saper scrivere un altro grande pezzo heavy metal: lo avevano già dimostrato molte volte. Qui provano invece a costruire un'opera più completa, nella quale ogni elemento (musica, atmosfera, testi e copertina) contribuisce a creare un mondo ben preciso.

“Seventh Son Of A Seventh Son” è quindi il disco di una band arrivata all'apice della propria maturità ed abbastanza sicura di sé da poter rischiare. È oscuro senza essere pesante, progressivo senza diventare pretenzioso, e melodico senza perdere la propria anima metal.

Forse non è il disco più selvaggio degli Iron Maiden. Non è nemmeno quello più immediato. Ma è sicuramente uno dei più affascinanti e ambiziosi.

Ed ascoltandolo oggi, rimane una sensazione precisa: nel 1988 gli Iron Maiden sono già una leggenda, ma non rinunciano alla novità.

Un album epico, atmosferico e coraggioso. Un disco che chiude idealmente uno dei periodi più straordinari della carriera degli Iron Maiden e che, ancora oggi, riesce a suonare enorme senza il bisogno di urlare continuamente la propria importanza.

JOE PRIVITERA 

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