Passa ai contenuti principali

KAMELOT "DARK ASYLUM" (2026)

"Ci è venuta in mente questa storia di una cattedrale abbandonata ed in rovina" dice Thomas Youngblood. "Ad un certo punto c'è un folle che se ne impossessa, e la trasforma in un manicomio dove imprigionare delle persone. Ovviamente, al suo interno accadono cose terribili" continua il chitarrista americano. Chi è fan della saga American Horror Story, non potrà che ricordare la seconda stagione, intitolata appunto Asylum. Aggiungete un "dark" come aggettivo, ed il titolo per questo ennesimo album dei Kamelot è cosa fatta. C'è gente che, uscito Roy Khan dalla band in seguito alla release di "Poetry For The Poisoned", ha letteralmente smesso di ascoltarli. L'accusa, solitamente, è legata ad un'immagine ed un suono troppo "standard" rispetto a quello dei dischi maggiormente celebrati, ma anche a quella di un cantante (Tommy Karevik) bravo, eppure assolutamente privo del "touch of class" garantito dal suo predecessore norvegese. Se ne sentono tante, ormai: un'opinione vale l'altra nel mondo "dell'uno vale uno" imposto dalla rete, quindi ogni giudizio trova voce in capitolo. Aggiungo quindi il mio, per chi fosse interessato: è vero che i Kamelot si sono adeguati alla scia del look dark/gothic irrorato di robusto HM contemporaneo. E corrisponde al vero che, oggettivamente, Khan rimane ancora adesso una delle ugole più distintive delle ultime tre decadi: cosa che non si può affermare del pur valente Karevik. Tommy è bravissimo, ma il suo stile sarebbe più funzionale ad un sound maggiormente "aperto" e melodico, come dimostrato negli splendidi lavori incisi con la sua ex band, i Seventh Wonder ("Mercy Falls" su tutti). In buona sostanza, rispetto alla strada artistica battuta dai Kamelot dal succitato "Poetry For The Poisoned" in avanti, Tommy latita un pò in profondità espressiva, una caratteristica che avrebbe probabilmente completato la "visione in 3D" immaginata da Youngblood. Piatto e monocorde? Beh, un po' si: mancano gli "abissali" toni di Roy, che scavavano nelle tenebre dell'anima per poi tornare alla luce con armonie cristalline. Un saliscendi emotivo che, senza ombra di dubbio, rappresentava uno dei tratti più apprezzati dai fans. Detto ciò, non mi sembra che la scena contemporanea dell'heavy metal offra molto di meglio. "Dark Asylum" è un album a cui non difetta certo il fascino: come detto precedentemente, la storia (non univoca, ma gravitante attorno a questa oscura location) può ricordare certi concept di King Diamond-iana memoria. E se quelli del vocalist danese sembrano ormai dei reperti da Hammer movies, il plot narrativo dei Kamelot abbraccia la filosofia della realtà virtuale con annessi e connessi. Rispetto al recente passato, i refrain appaiono maggiormente impattanti, pur senza abbandonare l'aura malinconica e "decadente" tipica della band. Piacciono le tonalità minori attorno alle quali vengono costruiti i brani, soprattutto perché assai distanti dalla banalità "tutto e subito" di certo power metal da baraccone. La vena melò-teatrale della title-track e di "Ashen World" fanno da contraltare alle eleganti melodie di "The Sleeping Mind" e "Godlike Alchemy", in un lavoro sicuramente ambizioso ma anche fruibile. Il giusto mix che, spesso e volentieri, manca alle produzioni di oggi. Diciamo che, se non avete apprezzato le ultime uscite del gruppo, difficilmente "Dark Asylum" vi farà cambiare idea. Eppure il mio consiglio è quello di dargli ugualmente una chance. Se lo merita. 
ALESSANDRO ARIATTI 

Commenti

Post popolari in questo blog

LABYRINTH: "IN THE VANISHING ECHOES OF GOODBYE" (2025)

Se quello che stiamo vivendo quotidianamente, ormai da una ventina d'anni, non fosse un fottutissimo "absurd circus"; se esistesse una logica a guidare le scelte della mente umana, divenuta nel frattempo "umanoide"; se insomma non fossimo nel bel mezzo di quel "Pandemonio" anticipato dai Celtic Frost quasi 40 anni fa, i Labyrinth dovrebbero stare sul tetto del mondo metal. Nessuna band del pianeta, tra quelle dedite al power & dintorni, può infatti vantare, neppure lontanamente, una media qualitativa paragonabile ai nostri valorosi alfieri dell'hard'n'heavy. Certo, hanno vissuto il loro momento di fulgore internazionale con "Return To Heaven Denied" (1998), della cui onda lunga ha beneficiato pure il discusso "Sons Of Thunder" (2000) che, ricordiamolo ai non presenti oppure ai finti smemorati, raggiunse la 25esima posizione della classifica italiana. Poi la "festa" terminò, non in senso discografico, perché...

PINO SCOTTO "THE DEVIL'S CALL" (2025)

Per la sua incredibile e proverbiale longevità artistica, Pino Scotto dovrebbe al diavolo qualcosa in più di una manciata di canzoni. Tuttavia le cose cambiano se quell'album viene esplicitamente dedicato al "dio blues", quel genere che, per storicità ed identità culturale, viene associato da sempre a messer Satanasso. Il titolo "The Devil's Call" deriva proprio da questo riferimento socio-stilistico, non certo per una improvvisa conversione del celebre cantante milanese al "lato oscuro" della forza. Sono passati cinque anni abbondanti dal suo ultimo lavoro in studio, quel "Dog Eat Dog" a cui i ripetuti lockdown pandemici tarparono immediatamente le ali del consueto tour. Chiusura dopo chiusura, coprifuoco dopo coprifuoco, Scotto si ritrovò pertanto a programmare da casa interviste promozionali in streaming, per diffondere il verbo di uno dei suoi dischi più vari e riusciti. Un'autentica tortura per chi, come lui, è abituato a macinar...

THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA CI "PORTANO LA LUNA": LA PIÙ GRANDE MELODIC ROCK BAND DEL SECONDO MILLENNIO CONTINUA IL PROPRIO VIAGGIO

C'era una volta...l'AOR che dominava il mondo. C'era una volta...il rock duro che si sposava armoniosamente alla melodia: e la gente ne era conquistata. C'era una volta...il Maestro del giornalismo hard'n'heavy italiano (Beppe Riva) che firmava articoli sontuosi quanto la musica che descriveva. Lo so, si parla di tempi lontani, e si rischia di essere tacciati per nostalgici, nella migliore delle ipotesi: oppure per vecchi rincoglioniti, quando l'interlocutore è cresciuto con la poco edificante educazione da social. Nel secondo caso, trattasi di ragazzini da compatire, a cui la vita presenterà presto un conto salatissimo; quando sarà la realtà a sfondare direttamente la porta della loro patetica "comfort zone" virtuale. Considerazioni sociologiche a parte, peraltro altamente personali, il nesso con l'amarcord iniziale è dettato dalla celebrazione di un disco ("Give Us The Moon") e di una band (The Night Flight Orchestra) che hanno elev...