Dopo oltre 40 anni di onorata carriera, anche per i Sinner (ormai un progetto di Mat, piuttosto che una band vera e propria) è arrivato il momento di dire stop. Ricordo bene quando, negli anni 80, i loro dischi usciti per Noise Records ricevevano più pernacchie che applausi. Non credete a chi vorrebbe "riscrivere" la storia dell'heavy metal. Non c'è revisionismo che tenga: chi c'era ed ancora tiene botta, ha buona memoria. E nessuna fesseria 2.0 di tanti scribacchini inventati può cancellare il corso degli eventi. Manilla Road, Cirith Ungol, ed altre entità leggendarie non se le filava nessuno, se non i super appassionati; e, cambiando settore, lo stesso discorso vale per i Sinner. "Boom Bang Goodbye" è un commiato che rende assolutamente giustizia alle plurivalenti anime della band, e sembra quasi un calcolato compromesso per venire incontro alle esigenze di quei fans che, per ben quattro decadi e mezzo, ne hanno accompagnato le scorribande. Mat ha svoltato la propria carriera con l'ingresso nei Primal Fear assieme a Ralf Scheepers, ed il successo mondiale del gruppo gli ha permesso di continuare a rinfocolare la fiamma dei Sinner con album spesso ottimi come "Mask Of Sanity", Crash & Burn", nonché i ben più recenti "Tequila Suicide" e "Santa Muerte". Quello che "non si poteva fare" con i Primal Fear, ingessati nel loro ruolo di alter ego dei Judas Priest, il bassista/vocalist tedesco lo ha sempre espresso nei Sinner. Diventati, nel frattempo, non solo la sua personale creatura, ma anche una necessaria valvola di sfogo stilistica, nella quale far confluire tutto l'amore per il class metal americano 80's e le twin solutions in perfetto Thin Lizzy mood. "Boom Bang Goodbye" ha però un grande, grandissimo pregio: non mente mai. "Those were the days" e "Do you remember our wild days", canta il gruppo (tramite il super ospite Ronnie Romero ed il vecchio amico Michael Boorman, ex Jaded Heart) rispettivamente su "All Night Long" e "Wait". Due singoli irresistibili che raccontano tanta nostalgia per i tempi passati. Non c'è possibilità di altra interpretazione o volontà ad adeguarsi al presente: complice anche (forse) la situazione mondiale, Mat Sinner manda tutti al diavolo e dice idealmente "ridateci quell'epoca". Alzeremo il bicchiere un'ultima volta, e vaffanculo a lorsignori. Come dargli torto? Non mancano tracce più "Judaiche" ("Hellbreaker" su tutte), così come non difettano esemplari di hard rock 80's cromato e stiloso ("Are You Ready"), ma è con la ballad "Leave It All Behind" che gli ultimi Sinner centrano il bersaglio grosso. Alla fine del viaggio, Mat conclude che i "sogni possono avverarsi" ("Dreams Can Come True") e che, comunque, è stata un'avventura di cui ci si ricorderà per sempre ("Road To Remember"). Grazie di tutto.
ALESSANDRO ARIATTI
Se gli Iron Maiden sono la band heavy metal più unanimamente amata nell'universo, altrettanto unanime (o quasi) sarà la risposta alla domanda su quale sia il loro album peggiore. Per la solita storia "vox populi, vox dei" si concorderà a stragrande maggioranza su un titolo: "Virtual XI". Il fatto è che questo è un blog, neologismo di diario personale; e caso vuole che, al sottoscritto, questo album è sempre piaciuto un sacco. Ma proprio tanto! Reduci dal discusso "The X Factor", oggi sicuramente rivalutato da molti eppure all'epoca schifato da tutti, Steve Harris e soci confermano ovviamente Blaze Bayley, lasciando appositamente in secondo piano la vena doom-prog del 1995. Due anni e mezzo dopo, tempo di mondiali di football, ed una realtà che inizia ad entrare con tutte le scarpe nella "web zone": col loro consueto talento visionario, gli Iron Maiden prendono tre piccioni con una fava. 1) Il Virtual sta ovviamente a rappresentare la perc...

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