Diamo finalmente seguito alla prima parte della discografia commentata, dedicata alla band newyorkese circa due anni fa. Stavolta tocca alla decade 2000-2010, certamente meno significativa dell'innovativa prima fase, pur tuttavia non priva di picchi creativi notevoli.
"SIX DEGREES OF INNER TURBULENCE" (2002)
Quando scrivi un capolavoro, il disco successivo è sempre un problema. Tra "Scenes From A Memory" e "Six Degrees Of Inner Turbulence" passano ben tre anni, un tempo fisiologico per prenderne le distanze ed evitare tentativi di emulazione. Infatti, il nuovo album dei Dream Theater (peraltro il loro primo doppio cd) si conferma ben diverso, nelle tematiche e nello stile musicale. Almeno per metà. Le cinque composizioni, contenute sulla prima parte dell'opera, contemplano temi che esulano totalmente dalla modalità concept, come l'iniziale "The Glass Prison", nella quale Portnoy affronta i fatidici dodici passi per uscire dalla trappola dell'alcolismo. Argomento autobiografico, ovviamente. "Blind Faith" e "Misunderstood" sono invece un'immersione mistica in tematiche religiose, mentre "The Great Debate" tratta la disputa morale delle cellule staminali come possibilità di cura e rigenerazione. "Disappear", infine, è una ballad intimista (ed intima) sul dramma del distacco. "L'umore" si mantiene molto più oscuro ed asciutto rispetto alle oniriche soluzioni del predecessore, anche se poi il secondo dischetto è una sontuosa suite/concept sulla follia, presentata attraverso gli occhi di sei personaggi differenti. E qui, bisogna dirlo, siamo su coordinate ben più classicamente "Dream Theater proggy". Inutile persino dibattere sull'incredibile perizia tecnica del quintetto: resta perciò un disco probabilmente da "limare" qua e là, ma che, evitando paragoni sterili col passato, mostra ancora oggi uno spessore artistico notevole.
"TRAIN OF THOUGHT" (2003)Un solo anno divide "Train Of Thought" da "Six Degrees Of Inner Turbulence". Petrucci sostiene che l'album è stato scritto in poco più di una settimana, sull'onda dell'entusiasmo del pubblico ai brani più duri del loro repertorio. Non solo, la band si prodiga in serate a tema, dedicate a capolavori dell'HM in generale, come "Master Of Puppets" e "The Number Of The Beast". La reazione è talmente positiva da convincere i newyorkesi a concentrarsi quasi completamente al loro lato più selvaggio. Non è però tutto oro ciò che luccica. Anzi. Ridotto al minimo storico il peso delle tastiere di Rudess, questo lavoro può essere considerato tranquillamente come l'episodio più squilibrato dei Dream Theater. Petrucci detta legge, il quale non sembra immune nemmeno a fendenti nu-metal: la comfort zone per la voce squillante di LaBrie? Non credo proprio. Arrivare in fondo al disco è un'impresa, non tanto per la proverbiale lunghezza dei pezzi, quanto piuttosto per un senso di claustrofobica mancanza di soluzioni alternative, autorizzate ad irrorare alla musica un pò di respiro. James è in grande difficoltà, e sicuramente non aiutano quei "filtri" utilizzati per nascondere certe pecche innate sui toni più aggressivi. Nonostante l'iniziale sorpresa nell'ascoltare una facciata artistica inedita del quintetto, alla lunga "Train Of Thought" mostra la corda della noia e della logorrea fine a sé stessa. Sfiancante.
"OCTAVARIUM" (2005)
Dopo tanta violenza sonora, i Dream Theater guardano al passato. Non è un tuffo nostalgico e completo negli anni 90, ma sicuramente "Octavarium" vi si avvicina parecchio. Per ammissione stessa di Jordan Rudess, il disco contiene alcune delle canzoni più "radiofoniche" mai incise dal gruppo. Una su tutte la bellissima "I Walk Beside You", dove finalmente si risentono raffinate melodie perfettamente cucite sulla voce di LaBrie. Per i newyorkesi, poi, incidere un brano da quattro minuti è ovviamente l'eccezione. Anche la produzione sotterra l'ascia di guerra dei toni cupi per esaltare le frequenze più nitide; in esatta contrapposizione sia a "Train Of Thought" che a certi momenti "turbolenti" di "Six Degrees". I brani "The Answer Lies Within", "Sacrificed Sons", e la lunga suite "Octavarium" vengono realizzati con l'ausilio di una vera e propria orchestra, diretta da Jamshied Sharifi. Ispirata ai capolavori del prog-rock, "Shine On You Crazy Diamond" dei Pink Floyd in primis, quest'ultima va annoverata tra le composizioni più ambiziose, articolate ed armoniose del nuovo decennio Dream Theater. Un album decisamente ben bilanciato, che però divide i fans del gruppo, notoriamente esigenti nei loro confronti.
"SYSTEMATIC CHAOS" (2007)Non pesante al pari di "Train Of Thought", ma neppure così "pulito" ed algido come "Octavarium". Il nono album del gruppo, "Systematic Chaos", segna l'inizio della collaborazione tra Dream Theater e Roadrunner. Diciamo che si tratta di un disco che non ha paura di "sporcarsi" le mani con suoni più selvaggi, tuttavia non dimentica il senso per la melodia. Quello che fa la band (tecnicamente parlando) sulle due parti di "In The Presence Of Enemies" sfiora la fantascienza: un turbinio di note che lascia interdetti, sbalorditi, e piacevolmente confusi. "Forsaken", invece, ribadisce il concetto di brano perfettamente bilanciato tra complessità ed armonia, con la tastiera di Rudess a dettare un tema quasi da thriller cinematografico. I muscoli vengono mostrati in "Constant Motion", con quel suo andamento alla Metallica, ma anche su "The Dark Eternal Night", liberamente ispirata all'opera omnia di H.P. Lovecraft. "Repentance" insinua reminiscenze psichedeliche (qualche minuto in meno sarebbe stato gradito), ed anche "Prophets Of War" si rivela tutto sommato abbastanza semplice per gli standard DT. "The Ministry Of Lost Souls" evidenzia un tocco di enfasi Morriconiana, sottolineando la doppia facciata di un lavoro perfettamente bilanciato tra epica ed aggressione sonora. Alta qualità, altro che balle postume da social.
"BLACK CLOUDS & SILVER LININGS" (2009)
È praticamente un dovere chiudere questa seconda fase della discografia dei Dream Theater con "Black Clouds & Silver Linings", l'ultimo tassello con Mike Portnoy fino alla reunion di "Parasomnia" del 2025. Compositivamente parlando, si parla di un lavoro ancora più ispirato del suo predecessore, con picchi di maestria toccati più volte nelle suite "A Nightmare To Remember" e "The Count Of Tuscany", dal commovente tema chitarristico finale. "Wither" è una ballad dal sapore Pink Floyd-iano, che lancia l'album nelle classifiche americane, fino a toccare addirittura il numero 6. Certo, non si parla più delle cifre milionarie degli anni 90, ma la fan-base del gruppo si conferma fedelissima. "A Rite Of Passage", primo singolo/video tratto dal cd, parla di logge massoniche e di "padroni del mondo", un tema cospirazionista che oggi risulterebbe molto trendy. Oscuro ma sempre con uno spiraglio di speranza finale: è questo il tema conduttore di "Black Clouds & Silver Linings", quasi un atto anticipatorio rispetto alla separazione all'orizzonte tra la band e Portnoy. Con tanto di lieto fine, dopo 15 anni di lontananza. ALESSANDRO ARIATTI






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