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WASP "GOLGOTHA" ED IL PESO DELLA CROCE


Ci sono dischi che ascolti. E poi ci sono dischi che ti guardano negli occhi. Come "Golgotha". 

Quando i W.A.S.P. lo pubblicano nel 2015, dopo sei anni di silenzio discografico, non tornano semplicemente con un nuovo album. Tornano con il peso di una storia enorme sulle spalle, con le cicatrici di decenni di strada e con una domanda che sembra attraversare ogni solco: quanto dolore può sopportare un uomo prima di spezzarsi?

Il titolo non lascia spazio a equivoci. Golgotha è il luogo della crocifissione, ma qui diventa soprattutto una condizione dell'anima. È il punto in cui l'uomo viene messo davanti alla propria sofferenza, alle proprie colpe, alle proprie perdite. È il luogo dal quale non puoi scappare.

E Blackie Lawless sembra volerci portare esattamente lì.

Non c'è più la provocazione adolescenziale degli esordi, non c'è più soltanto il gusto dello scandalo. C'è qualcosa di molto più inquietante: la consapevolezza del tempo che passa. La voce di Lawless non sembra quella di un uomo che vuole conquistare il mondo. Sembra quella di qualcuno che lo ha già visto abbastanza da sapere quanto può essere crudele.

L'album si apre con “Scream”, e quel titolo sembra quasi una sentenza. Non è soltanto un grido heavy metal. È il grido di chi ha qualcosa dentro che non riesce più a tenere sepolto. Le chitarre avanzano pesanti, la voce si lacera, e lentamente si capisce che questo non sarà un viaggio confortevole. È una porta spalancata su qualcosa di oscuro.

Poi arriva “Miss You”.

Ed è qui che "Golgotha" smette definitivamente di essere soltanto un album metal per diventare una ferita aperta.

La canzone porta con sé il fantasma di un passato lontano, essendo un brano nato durante le sessioni di "The Crimson Idol". Riportarla alla luce significa quasi disseppellire una parte della propria storia. E il risultato è devastante proprio perché non cerca di nascondere la fragilità.

“Miss You” è il suono dell'assenza.

È quella sensazione terribile che rimane quando una persona non c'è più ed il mondo, invece di fermarsi, continua ad andare avanti come se niente fosse. È il dolore che arriva nei momenti più banali, quando una memoria improvvisa apre una voragine.

E poi c'è “Golgotha”, la title track, quasi otto minuti che sembrano dilatare il tempo.

Qui i W.A.S.P. costruiscono un vero calvario sonoro. Non c'è fretta. La canzone cresce lentamente, come una processione verso qualcosa che sappiamo essere inevitabile. Il simbolismo religioso non è utilizzato come semplice ornamento: diventa il linguaggio attraverso il quale Lawless affronta il dolore, il peccato, la fede e la possibilità della redenzione.

È una canzone che sembra chiedere:

Dove vai quando hai perso tutte le risposte?

E soprattutto: a chi chiedi aiuto quando il peso sulle tue spalle è diventato troppo grande?

Questa è la vera anima di "Golgotha".

Il disco arriva nel 2015, in un'epoca in cui molte band storiche del metal sembrano vivere sospese tra il proprio passato glorioso e la necessità di trovare un motivo per continuare. I W.A.S.P. scelgono di non inseguire semplicemente la propria giovinezza. Dopo "Babylon" del 2009, arrivano sei anni di distanza, problemi fisici ed una lunga pausa creativa. E quella distanza si sente.

Si sente perché "Golgotha" non è un disco giovane.

È un disco vecchio nel senso più nobile del termine.

È un disco che conosce la perdita.

Conosce la nostalgia.

Conosce il fallimento.

Conosce la fede e conosce il dubbio.

Soprattutto, conosce il tempo.

E il tempo è forse il vero antagonista di questo album.

Il ragazzo che negli anni Ottanta saliva sul palco per scandalizzare il pubblico è ormai lontanissimo. Al suo posto c'è un uomo che guarda indietro e vede tutto ciò che è rimasto per strada.

Gli anni.

Le persone.

Le illusioni.

Le battaglie.

Gli amici.

Le versioni più giovani di se stesso.

E allora capisci che "Golgotha" non parla soltanto della crocifissione di Cristo. Parla di tutte quelle volte in cui un essere umano viene inchiodato alla propria vita e non può fare altro che guardare il dolore negli occhi.

Per questo la potenza del disco diventa quasi irrilevante da discutere.

Perché la perfezione non è il suo obiettivo.

La sincerità sì.

E quando i W.A.S.P. riescono a raggiungerla, il risultato è potentissimo.

"Golgotha" è un album che non cerca di consolarti.

Ti accompagna nel buio.

Ti lascia lì.

E aspetta.

Aspetta che tu abbia il coraggio di guardare dentro quella stessa oscurità.

Forse è questo il suo vero significato: il Golgota non è soltanto un luogo. È quel momento della vita in cui non puoi più fingere che il dolore non esista.

E quando l'ultima nota si spegne, non hai necessariamente trovato una risposta.

Hai soltanto imparato a convivere con la domanda.

Ed è forse questa la forma più autentica di redenzione che i W.A.S.P. potessero offrirci.

Non la luce.

Non la salvezza.

Ma la forza di continuare a camminare, anche quando sulle spalle senti ancora tutto il peso della croce.


JOE PRIVITERA

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