Chi, ancora oggi, continua a considerare gli Europe soltanto come "la band di The Final Countdown", magari in senso dispregiativo, evidentemente si limita ad una visione parziale e limitata nel tempo del quintetto svedese. Oltre che elargire scorrettezza a piene mani dal punto di vista intellettuale, si perora infatti un falso storico. 1986-1991: "The Final Countdown", "Out Of This World", "Prisoners In Paradise", un terzetto di album meravigliosi (parere personale) ma indubbiamente studiati per "piacere" al pubblico generalista: e questo è un fatto. È però altrettanto un dato oggettivo come, all'appello, manchino qualcosa come 35 anni di attività ed un'altra decina di dischi che, del consenso mainstream, se ne sono sempre largamente strafottuti. E allora, come la mettiamo? Quali sono i "veri" Europe? Come tutte i grandi, perché tali sono, Joey Tempest e soci non si accontentano di fare da replicanti di un suono che appartiene gioco forza agli Eighties. Lo stesso vocalist ha sempre sostenuto, anche in tempi non sospetti, quando "The Final Countdown" raggiungeva il numero 1 in qualcosa come 27 paesi, che le loro principali influenze risiedevano nell'hard rock degli anni Settanta. In Deep Purple ed UFO, in Rainbow e Thin Lizzy: non certo nei Foreigner o nei Journey. Nel 2026, ovvero in un altro mondo sotto ogni punto di vista (purtroppo), il nuovo album "Come This Madness" ne conferma le solide radici stilistiche. Ci sono brani come la title-track o "One On One" che riprendono quei riff "circolari" alla "Girl From Lebanon", traccia conclusiva ed anomala (rispetto al resto) di "Prisoners In Paradise". Quasi ad annunciare che, da lì in poi, nulla sarebbe stato come prima. C'è però anche un tuffo nella "decade da bere" per eccellenza, prima col celebrato singolo "The Cult Of Ignorance", poi con la struggente "This Time Of Year", tanto melodica nella struttura quanto malinconica nel testo. Si parla di bei tempi andati, di persone che non ci sono più, e di circostanze che una volta erano magiche, mentre oggi portano soltanto tristezza e rimpianto. Micidiale la chitarra di Norum in "Taking It Back" e "Scandinavian Eyes", sulle quali la voce di Tempest non cede un millimetro quanto ad intensità e potenza. I synth sono ormai quasi esclusivamente un ricordo relegato a "quel periodo", tanto che Michaeli macina Hammond come piovesse. Questo è grande hard rock, signore e signori, e chi nega l'evidenza, al netto di legittimi gusti personali, dimostra scarsa capacità di giudizio. Superlativo il lavoro alla consolle di Tom Dalgety (Ghost) e del guru Mike Fraser in fase di mixaggio. Peccato solo per la copertina: veramente brutta.
ALESSANDRO ARIATTI

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