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FORBIDDEN "FORBIDDEN" (2026): UN RITORNO AMBIZIOSO, TRA TECNICA E PERDITA D'IMPATTO


Sedici anni dopo "Omega Wave", i Forbidden tornano con un nuovo album omonimo ed una formazione profondamente rinnovata. Un ritorno atteso, che porta inevitabilmente con sé curiosità e interrogativi, soprattutto per una band che ha contribuito a scrivere pagine importanti del thrash metal della Bay Area. Il nuovo capitolo mette in mostra musicisti preparati, una notevole cura esecutiva e la volontà di non limitarsi a ripercorrere sentieri già battuti. Eppure, al di là dei singoli momenti convincenti, l'ascolto lascia emergere alcune perplessità: le composizioni sono spesso ricche di soluzioni, ma non sempre riescono a trovare una direzione precisa ed a trasformare la complessità in un impatto davvero incisivo.

Per capire il peso di questo ritorno bisogna fare un passo indietro. Nati nella Bay Area californiana a metà degli anni Ottanta, i Forbidden si sono ritagliati uno spazio importante in una scena che avrebbe contribuito a ridefinire il thrash metal. "Forbidden Evil" (1988) e soprattutto "Twisted Into Form" (1990) restano due passaggi fondamentali per comprendere l'identità del gruppo: dischi nei quali velocità, riff articolati, cambi di tempo e sensibilità melodica convivevano senza sacrificare l'aggressività. Una carriera non sempre lineare, segnata da scioglimenti, reunion e cambi di formazione, ma capace di riaffiorare ancora nel 2010 con "Omega Wave", prima di un lungo silenzio discografico.

Sedici anni dopo, il ritorno con l'omonimo "Forbidden", pubblicato il 23 ottobre 2026, rappresenta dunque qualcosa di più di una semplice nuova uscita. È il tentativo di riaffermare un'identità in un contesto profondamente cambiato, affidandosi a musicisti chiamati a raccogliere un'eredità importante.

Con l'assenza dello storico vocalist Russ Anderson, il microfono passa a Norman Skinner, mentre accanto al fondatore Craig Locicero ed al bassista Matt Camacho troviamo Jeremy Von Epp alla seconda chitarra e Chris Kontos dietro le pelli. Una formazione esperta, chiamata a dimostrare che il nome Forbidden può ancora rappresentare qualcosa di più di un glorioso ricordo del passato.

Il risultato è un disco ambizioso, stratificato, nel quale la band sembra intenzionata a mettere sul tavolo tutto ciò che ha accumulato in decenni di esperienza. Il problema, però, è che avere tante idee non significa necessariamente riuscire a trasformarle in un discorso musicale efficace.

La preparazione tecnica non è in discussione. Chitarre, basso e batteria si muovono tra incastri ritmici, accelerazioni e cambi di direzione, dimostrando una notevole padronanza degli strumenti. Quando il meccanismo funziona, i Forbidden riescono ancora a sprigionare quella combinazione di aggressività, precisione e inventiva che ne ha definito il percorso.

L'apertura affidata a "Single Point Failure" mette subito in chiaro le intenzioni: riff serrati, ritmiche incalzanti ed un lavoro chitarristico che guarda alla tradizione della band senza rinunciare ad una costruzione articolata. È un biglietto da visita efficace, anche se lascia già intravedere la tendenza a caricare le composizioni di numerose soluzioni. Una tendenza che, nel corso dell'album, diventerà uno degli elementi più controversi.

Quando invece la band punta maggiormente sull'impatto, i risultati sono decisamente convincenti. "Divided By Zero" è uno degli episodi in cui l'aggressività del thrash riesce a convivere con la complessità senza perdere mordente. I riff si susseguono con energia, la sezione ritmica sostiene il brano con precisione, e le chitarre trovano spazio per sviluppare le proprie intuizioni senza soffocare la struttura.

Ancora più significativa, in questo senso, è "Mutually Assured Dysfunction", che colpisce per la sua partenza feroce e per la capacità di mantenere alta la tensione. Qui la tecnica non diventa un esercizio fine a sé stesso: sostiene la composizione, ne amplifica la violenza e contribuisce a costruire un episodio che convince soprattutto quando lascia parlare i riff. È la dimostrazione più chiara di quanto i Forbidden possano ancora essere incisivi quando riescono a tenere sotto controllo la propria voglia di strafare.

Il problema emerge soprattutto quando questa immediatezza lascia spazio a strutture più elaborate. In "Burning The Lungs Of Earth", per esempio, l'alternanza tra aggressività, aperture melodiche e passaggi progressivi testimonia una band che non vuole limitarsi a riproporre il proprio passato. Le idee sono numerose, e la qualità strumentale evidente, ma non sempre la composizione riesce ad organizzare tutto il materiale in una progressione davvero efficace. Il brano richiede attenzione, cambia pelle ed offre diversi spunti interessanti; resta però la sensazione che qualche passaggio avrebbe beneficiato di una maggiore sintesi.

È questo il limite principale di "Forbidden": la complessità finisce talvolta per prendere il posto dell'impatto. Non è una questione di velocità, né di nostalgia per il thrash più ortodosso. Il genere può evolversi, contaminarsi e spingersi verso territori progressivi senza perdere la propria identità. Il punto è capire dove voglia arrivare una canzone, ed in quale modo ogni soluzione contribuisca a renderla più incisiva.

In alcuni momenti, invece, le idee sembrano accumularsi senza una gerarchia precisa. I cambi di tempo si moltiplicano, le chitarre continuano a proporre variazioni, e la musica chiede costantemente attenzione, senza restituire sempre una ricompensa emotiva proporzionata allo sforzo richiesto. Si rimane colpiti dalla perizia dei musicisti, ma non sempre si avverte quella necessità espressiva capace di trasformare una sequenza di passaggi tecnicamente notevoli in una canzone memorabile.

"Jisei" rappresenta forse l'esempio più evidente di questa volontà di allargare i confini. L'atmosfera rarefatta, l'approccio vocale più delicato e la distanza dalle coordinate abituali del gruppo costituiscono una deviazione significativa rispetto al resto del disco. La scelta è coraggiosa, ma il risultato può lasciare perplessi: più che aprire una nuova prospettiva, il brano rischia di interrompere il flusso dell'album senza sviluppare fino in fondo le proprie intuizioni. Sperimentare è legittimo, naturalmente, ma non ogni deviazione si traduce automaticamente in un arricchimento.

Anche "Flower Of Life (Chaos By Design)", con i suoi oltre nove minuti, riassume bene le due anime del disco. Le aperture atmosferiche, gli arrangiamenti più ampi e le sezioni strumentali dimostrano una volontà di andare oltre i confini del thrash tradizionale. È un finale ambizioso, che cerca di raccogliere le diverse sfumature dell'album in un'unica composizione. Ma proprio la sua durata rende evidente quanto sia importante saper dosare gli elementi: quando la struttura trova una direzione, l'espansione funziona; quando le soluzioni si susseguono senza una tensione altrettanto forte, il rischio è quello di smarrire il punto d'arrivo.

Un discorso a parte merita Norman Skinner. Sostituire Russ Anderson significa confrontarsi con una delle voci che hanno contribuito a definire il carattere dei Forbidden, soprattutto nei primi due album. Sarebbe ingeneroso pretendere una replica del predecessore, così come sarebbe riduttivo giudicare il nuovo cantante esclusivamente sulla base di quel confronto.

Skinner possiede un'estensione notevole, ed alterna registri acuti, timbriche più ruvide e passaggi aggressivi. Cerca di adattarsi alle diverse anime del disco, accompagnando le sezioni più dirette e seguendo le composizioni quando queste si spingono verso territori più articolati. In alcuni momenti, tuttavia, sembra voler esagerare, caricando eccessivamente l'interpretazione e cercando continuamente il registro più estremo. È come se ogni frase dovesse necessariamente essere sottolineata da un'impennata vocale, da un cambio di timbro o da una prova di forza.

Il risultato non è sempre convincente. Quando la musica è già ricca di variazioni e soluzioni strumentali, una voce che cerca costantemente di emergere rischia di contribuire alla sensazione di sovraccarico generale. Talvolta basterebbe maggiore misura, lasciando respirare le melodie e affidandosi alla personalità del timbro anziché cercare continuamente l'effetto.

Questo non significa che Skinner fallisca la prova. Il cantante dimostra di poter affrontare materiale impegnativo e di avere caratteristiche proprie, senza ridursi a una semplice imitazione di Anderson. In diversi passaggi la sua aggressività funziona, ed il nuovo assetto vocale conferisce alla band una fisionomia differente. Non fa rimpiangere sistematicamente il predecessore, ma deve ancora trovare il giusto equilibrio tra esuberanza e controllo.

Interessante anche "Sycophantasy", che beneficia della partecipazione di Brann Dailor dei Mastodon, ed introduce un'ulteriore sfumatura nell'economia del disco. Il brano dimostra che la band può cercare soluzioni differenti senza abbandonare del tutto la propria identità. È uno degli episodi che contribuiscono a rendere l'album meno prevedibile, pur senza risolvere completamente quella discontinuità che ne condiziona l'ascolto.

Merita una menzione anche "The Burden", che si distingue per la partecipazione vocale di Kayla Dixon e per un'impostazione più oscura e compatta. Il brano punta maggiormente sul groove e su un andamento diretto, offrendo un'alternativa alle strutture più tortuose che caratterizzano altri momenti dell'album. È uno degli episodi da considerare per comprendere la varietà della proposta, anche se non modifica sostanzialmente la sensazione di discontinuità che accompagna l'ascolto.

Alla fine, "Forbidden" lascia l'impressione di un ritorno nel quale convivono intuizioni riuscite e scelte meno convincenti. La tecnica è indiscutibile, la formazione possiede esperienza e personalità, ed alcuni brani dimostrano che il gruppo ha ancora la capacità di sprigionare energia autentica. Ma la volontà di esplorare ogni possibilità finisce talvolta per indebolire proprio ciò che dovrebbe rendere queste canzoni memorabili.

Il limite non è l'ambizione, bensì la sua gestione. Quando i Forbidden mettono la complessità al servizio dei riff, come accade nei momenti più incisivi di "Divided By Zero" e "Mutually Assured Dysfunction", il disco funziona. Quando invece ogni idea sembra dover trovare spazio, il risultato perde parte della propria forza.

"Forbidden" è dunque un ritorno interessante, ma non sempre risolto. Una band che ha ancora molto da offrire, ma che deve imparare a distinguere le intuizioni davvero necessarie da quelle che finiscono per appesantire il percorso. Non basta dimostrare di saper suonare, né accumulare cambi di tempo, assoli e soluzioni elaborate: bisogna anche riuscire a dare una direzione precisa a tutto questo materiale.

Perché nel thrash metal, anche quando si decide di percorrere strade tortuose, non basta dimostrare di saperle attraversare. Bisogna lasciare qualcosa a chi ascolta: un riff che rimane in testa, un passaggio che sorprende, un'esplosione di energia che sopravvive alla fine del disco.

Ed è proprio su questo terreno che il nuovo capitolo dei Forbidden lascia aperti gli interrogativi più interessanti. Non sulla capacità dei musicisti, che resta fuori discussione, ma sulla loro capacità di trasformare tutto quello che sanno fare in qualcosa che "arrivi" davvero a chi ascolta. 

JOE PRIVITERA 

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