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IOMMI "FROM THE DARK" (2026)


Ci sono più livelli di lettura per approcciare il nuovo album da studio del Maestro Toni Iommi. Il primo è che, se la famiglia Osbourne (nella persona di Sharon Arden) non avesse messo un veto sul nome Black Sabbath, "From The Dark" sarebbe etichettato sicuramente come il nuovo disco della leggendaria band britannica. Non ci sono Ozzy, Geezer e Ward? E allora? Non mi pare che i tre fossero presenti nemmeno sulle uscite che vanno da "Seventh Star" (1986) a "Tyr" (1990), eppure "the left hand of the devil" ne utilizzò tranquillamente il copyright. La carriera del Madman andava a gonfie vele, mentre Iommi fu l'unico dei quattro membri originali a perseverare nel "peccato originale". Il problema era che, di quei Black Sabbath, fregava poco al music business in generale, perciò la loro presenza non dava fastidio agli affari di Mr e Mrs Osbourne. Oggi, invece, l'alone che circonda il monicker impedisce a Toni di usufruire di un diritto sacrosanto, ma poco cambia. Ciò che conta è la musica, e "From The Dark" affonda le sue ancestrali radici nella tradizione dell'epoca 1980-1982 con tutte le scarpe. E qui arriviamo al secondo livello di considerazione: Jorn Lande è da sempre il più grande erede di Ronnie James Dio in circolazione, e non sono pochi coloro che lo avrebbero voluto sentire a fianco di un "big composer". Esiste un nome più importante ed adeguato (per le sue caratteristiche vocali) di Iommi "the riff master"? Non credo proprio. "From The Dark" ragiona alla vecchia maniera: 8 canzoni, circa 40 minuti di musica, e non un secondo da scartare. Sono ben sei gli episodi che gravitano attorno al doom/epic dei momenti maggiormente evocativi di "Heaven & Hell" e (soprattutto) "Mob Rules". Soltanto il primo, urgente singolo "World Alone" e l'accelerazione di "Return Of The Arbalist" sembrano infatti voler richiamare gli up-tempo alla "Turn Up The Night": il resto è roba nera, pesante, e "grossa". Seppur melodica nella risoluzione di un Lande che si gioca una trentennale carriera in nemmeno tre quarti d'ora. Non importa chi suoni il basso (Becky Baldwin dei Mercyful Fate) e la batteria (Karl Brazil dal gruppo di Robbie Williams), nonostante lo facciano in modo egregio. Lo stesso Geezer cedette la penna dei testi a Ronnie, e non è una sorpresa che ora sia Jorn ad occuparsi dell'aspetto lirico. 
Ci sono poi le tastiere e le orchestrazioni del produttore (di lunga data) Mike Exeter a rendere la situazione artistica decisamente Dio-esque; e non ci vuole certo un genio per eleggerlo a quinto membro della band. Esattamente come il compianto Geoff Nichols quando veniva, quasi puntualmente, relegato ad "elemento fantasma", seppur fondamentale per il supporto sonoro delle giuste atmosfere. Considerazione che ci porta, infine, al terzo (e più profondo) significato di "From The Dark": quello di essere nato dalle ceneri dell'evento Back To The Beginning, seguito con incredibile tempistica dal doloroso annuncio della scomparsa di Ozzy. È noto, dalle parole dello stesso Iommi, che la morte del suo amico di una vita abbia scavato un solco incolmabile: "Ci sentivamo quasi quotidianamente ed ancora non mi sembra vero. Tanto che spesso arrivo quasi al punto di telefonargli". Prima l'addio a Ronnie, mentre con gli Heaven & Hell avevano da poco pubblicato "The Devil You Know", poi quello ancora più surreale ad Osbourne. "From The Dark" è un disco che nasce nel dolore della perdita, dal lento ma inesorabile destino (doom) che spetta a tutti noi. Ma quando sei un'artista del calibro di Toni Iommi, è chiaro che il capolavoro diventa la naturale conseguenza della situazione. Capolavoro, sì, nessun dubbio a riguardo: l'intensità con cui questo tenebroso lord inglese di 78 anni scolpisce monoliti di oscura bellezza come "Stormwatcher", "Over The Violent Sun" e "Black Times" ha del sovrannaturale. L'ineluttabile forza magnetica che sostiene tracce come la commovente "Legacy" (ah, quegli assoli!), così come i due macigni "Death Wake" e "Beyond The Dead", lascia letteralmente senza fiato. Lande, lo ripeto nuovamente, è il terminale perfetto per quelle linee vocali così spigolose, seppur melodiche, da far gridare al miracolo. Non ci fosse di mezzo il tempo e l'età, si potrebbe tranquillamente parlare di ennesima "resurrezione" di un musicista che non solo ha inventato quel genere che noi tutti amiamo visceralmente, ma che continua a suonarlo nettamente meglio di tutti. 
ALESSANDRO ARIATTI

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