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FATES WARNING "LONG DAY GOOD NIGHT" (2020): QUANDO IL PROGRESSIVE METAL DIVENTA ARTE, EMOZIONE E CONSAPEVOLEZZA


Ci sono band che hanno scritto pagine importanti della storia del metal ed altre che, pur avendo contribuito in maniera determinante a definirne il linguaggio, non hanno mai ricevuto fino in fondo il riconoscimento che avrebbero meritato. I Fates Warning appartengono senza dubbio a questa seconda categoria. Una formazione fondamentale, spesso citata quando si parla delle origini e dell'evoluzione del progressive metal, ma forse ancora oggi troppo sottovalutata rispetto alla sua reale importanza.

Nati nei primi anni Ottanta negli Stati Uniti, i Fates Warning hanno attraversato decenni di musica, cambiamenti e trasformazioni, costruendo un'identità artistica che ha saputo andare ben oltre i confini del metal tradizionale. I primi lavori, con John Arch dietro al microfono, rappresentano una tappa essenziale di quel percorso che avrebbe trovato una delle sue espressioni più significative in "Awaken The Guardian" del 1986: un disco straordinario, nel quale il metal classico cominciava ad intrecciarsi con strutture compositive sempre più articolate, atmosfere suggestive e soluzioni decisamente innovative per l'epoca.

Poi, nel 1987, arriva il cambiamento che segnerà profondamente il futuro della band: l'ingresso di Ray Alder al posto di John Arch.

Una svolta importante, che trova immediatamente una prima consacrazione in "No Exit" del 1988. Da quel momento i Fates Warning imboccano una strada sempre più personale, sofisticata e progressiva. Con "Perfect Symmetry", "Parallels" e successivamente "Inside Out", la band amplia ulteriormente il proprio vocabolario musicale, abbandonando "progressivamente" alcune delle coordinate più tradizionali degli esordi per avvicinarsi a un sound più maturo, ricercato e ricco di sfumature.

Jim Matheos, autentica mente compositiva del gruppo, diventa il principale architetto di questa evoluzione, mentre la voce di Ray Alder contribuisce a definire un'identità riconoscibile, capace di alternare intensità, malinconia e grande sensibilità melodica.

È proprio in questa storia che si inserisce il discorso sul progressive metal moderno. Pensare che gruppi come i Dream Theater abbiano guardato, direttamente o indirettamente, anche all'esperienza dei Fates Warning non è affatto azzardato. Le due band hanno seguito percorsi differenti, ma condividono quella stagione in cui il metal ha cominciato a dialogare apertamente con il progressive rock, dando vita a un genere che oggi conosciamo molto bene. I Fates Warning sono stati tra i protagonisti di quella rivoluzione, insieme a realtà come Queensrÿche e Watchtower.

Eppure, nonostante album fondamentali, una discografia di grande valore ed un'influenza riconosciuta da intere generazioni di musicisti, il successo commerciale non ha mai raggiunto le dimensioni di quello di altri nomi del settore. Una di quelle ingiustizie musicali che, con il passare degli anni, diventano sempre più evidenti.

Arriviamo così al 2020, un anno complicato per il mondo intero, segnato dalla pandemia, dalle restrizioni e da un'industria musicale costretta a fermarsi. In questo contesto, il 6 novembre arriva "Long Day Good Night", tredicesimo album in studio della formazione americana, pubblicato da Metal Blade Records e destinato a diventare il lavoro più lungo della loro carriera, con circa 72 minuti di musica.

Un titolo che sembra quasi raccontare un'intera esistenza: una lunga giornata che si avvia verso la notte, un viaggio fatto di esperienze, consapevolezza, ricordi e forse anche di qualche inevitabile bilancio.

Ascoltare "Long Day Good Night" significa ritrovare una band che, dopo quasi quarant'anni di attività, non ha alcuna intenzione di vivere di rendita sul proprio passato.

La formazione composta da Ray Alder, Jim Matheos, Joey Vera, Bobby Jarzombek e Mike Abdow mette sul tavolo un lavoro estremamente ricco, articolato e soprattutto maturo. Non siamo davanti a un disco che cerca continuamente la potenza o la complessità fine a sé stessa. Qui ogni elemento trova il proprio spazio all'interno di una visione musicale ampia, nella quale tecnica, melodia ed atmosfera convivono con una naturalezza davvero invidiabile.

La chitarra di Jim Matheos rimane il centro gravitazionale dell'intero lavoro. Il suo modo di costruire riff, intrecci e progressioni armoniche è ormai inconfondibile: non ha bisogno di esibire continuamente virtuosismi per dimostrare quanto sia importante il suo contributo. La sua scrittura è fatta di dettagli, cambi di prospettiva, aperture melodiche ed improvvise accelerazioni che rendono ogni composizione un piccolo universo da esplorare.

A sostenere tutto questo troviamo una sezione ritmica di assoluto livello. Joey Vera al basso e Bobby Jarzombek alla batteria sono una garanzia: precisi, potenti, dinamici, capaci di seguire le continue evoluzioni delle composizioni senza mai perdere equilibrio e musicalità.

E poi c'è Ray Alder. La sua voce rappresenta ormai una parte imprescindibile del DNA dei Fates Warning. Il tempo ha inevitabilmente modificato alcune caratteristiche del suo timbro, ma gli ha regalato una maturità interpretativa che emerge soprattutto nei passaggi più intimi e malinconici. Non serve cercare continuamente l'acuto o la prestazione spettacolare: è proprio nell'espressività che Alder riesce a lasciare il segno.

L'apertura affidata a "The Destination Onward" è già una dichiarazione d'intenti. Una composizione ampia, costruita su un andamento coinvolgente, nella quale la band riesce a dosare perfettamente tensione, melodia e progressione strumentale. È il modo migliore per entrare nel mondo del disco.

Con "Shuttered World" e "Alone We Walk" emergono invece alcune delle caratteristiche più interessanti del songwriting: atmosfere cupe, ritmiche particolari e quella capacità di costruire tensione senza necessariamente ricorrere a soluzioni eccessivamente aggressive.

Uno dei momenti più affascinanti arriva con "Under the Sun", brano che si distingue per l'utilizzo degli archi e per un approccio decisamente più atmosferico. Qui i Fates Warning dimostrano quanto sappiano essere musicalmente liberi, capaci di allontanarsi dalle coordinate più strettamente metalliche per abbracciare una dimensione quasi cinematografica. Una composizione elegante, emozionante e ricca di sfumature.

Non manca naturalmente anche il lato più energico della band. "Scars" rappresenta uno degli episodi più immediati e incisivi dell'album, mentre "Glass Houses" riporta in primo piano una componente più diretta e muscolare, senza rinunciare a quella raffinatezza compositiva che accompagna tutto il lavoro.

Ma è soprattutto nel lungo sviluppo di "The Longest Shadow of the Day", con i suoi oltre undici minuti, che troviamo una delle espressioni più complete della filosofia musicale dei Fates Warning. Un brano che cresce inesorabilmente attraversa momenti differenti, mettendo in evidenza la capacità della band di raccontare una storia attraverso la musica senza perdere mai il filo conduttore.

La chiusura affidata a "The Last Song" aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. Una composizione essenziale, raccolta, quasi crepuscolare, che lascia nell'ascoltatore una sensazione particolare. Dopo oltre settanta minuti di musica, il viaggio termina senza bisogno di grandi esplosioni finali. Rimane piuttosto una sensazione di malinconia e consapevolezza, come se la band volesse semplicemente accompagnarci verso l'uscita.

Naturalmente, la durata importante richiede attenzione. Non siamo davanti ad un album da consumare distrattamente, e qualche passaggio avrebbe forse beneficiato di una maggiore sintesi. Ma sarebbe ingeneroso considerare questo aspetto un vero limite: la ricchezza di "Long Day Good Night" sta proprio nella varietà delle sue soluzioni e nella capacità di alternare momenti più immediati ad altri decisamente più impegnativi.

Un disco che guarda al futuro senza dimenticare il passato

La cosa più bella di "Long Day Good Night" è probabilmente la sua capacità di rappresentare tutto ciò che i Fates Warning sono stati e continuano a essere.

C'è il metal degli esordi, c'è l'evoluzione progressiva inaugurata durante l'era Alder, c'è la raffinatezza di "Perfect Symmetry" e "Parallels", ma soprattutto c'è una band che ha imparato ad utilizzare il proprio linguaggio senza rimanerne prigioniera.

Non cerca di ripetere i fasti del passato, non prova a inseguire le tendenze del momento e non ha bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno. Suona semplicemente come una formazione che conosce perfettamente le proprie possibilità, e che continua a mettere la musica al centro di tutto.

Forse è proprio questo il segreto dei grandi Fates Warning: aver contribuito a costruire un genere senza mai diventare prigionieri delle sue regole.

"Long Day Good Night" è un album importante, intenso e ricco di contenuti. Un lavoro che conferma ancora una volta il valore di una band che avrebbe meritato ben altra considerazione nella storia del metal, ma che ha lasciato un'impronta indelebile in chiunque abbia avuto la sensibilità di ascoltarla davvero.

E se questa lunga giornata dovesse davvero rappresentare uno degli ultimi capitoli della loro storia discografica, sarebbe difficile immaginare un congedo più coerente con il percorso di una formazione che ha sempre fatto della ricerca musicale la propria ragione d'essere.

Perché i Fates Warning non sono stati semplicemente una grande band progressive metal. Sono stati una delle band che hanno contribuito a renderlo grande.

E questo, al di là dei numeri e del successo commerciale, rimane il riconoscimento più importante.

"Long Day Good Night": un viaggio musicale di grande spessore, firmato da una band che non ha mai smesso di cercare nuove strade. 

JOE PRIVITERA 

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